mercoledì 8 agosto 2012

"Un uomo solo è al comando"



§Eroi e antieroi§

Delusione. Condanna. Giudizio. Ironia. Dolore. Si mescolano nelle parole lanciate in Rete subito dopo che la notizia viene battuta dall'ANSA e ripresa da tutti i quotidiani italiani e stranieri.
All'improvviso la faccia pulita e sorridente di Alex Schwazer, non a caso scelta per pubblicizzare una celebre merendina "sana e genuina", diventa testimonial di un prodotto altrettanto celebre e probabilmente ancora più diffuso. L'Epo.
E mentre i giornali pubblicano infinite statistiche e ripercorrono le vite parallele di altre medaglie sciolte nell'acido del doping, a me viene in mente una serata a Helsinki.
Rivedo il sorriso bianchissimo di un uomo con la faccia da ragazzo e la battuta pronta. Ricordo distintamente i commenti lusinghieri che lo circondavano, le braccia e le mani che lo cercavano desiderose di sfiorare qualcuno che profumava di vittoria.
Alex era ancora sul tetto del mondo quella notte, e non si stava neanche festeggiando la sua gara. Lui era li come fidanzato di Carolina, lei che neanche era troppo in vena di festeggiamenti dato che l'oro a portata di mano le era sfuggito per una prestazione opaca, eppure era scesa lo stesso a binrindare insieme agli altri, la testa alta e il sorriso sulle labbra nonostante tutto. Alex al suo fianco, in disparte ma pronto a distogliere l'attenzione da lei, se questa fosse diventata un peso.
Io ero li insieme allo storico inossidabile gruppo degli amici di Baby e Mauri, Fusar-Poli Margaglio, i grandi campioni che neanche gareggiavano quella sera. Quella sera si faceva festa alle inattese ma fortemente volute medaglie di Faiella Scali nella danza e Contesti nell'artistico.
I flash si susseguivano, ma non per Alex. Lui stava sullo sfondo. E noi con lui.
"E a noi nessuno chiede una foto? Dai una foto degli imbucati alla festa!" ricordo che avevamo scherzato e ci eravamo fatti una foto insieme mentre continuavamo a ridere e lui continuava a fare battute anche mentre l'obiettivo scattava. Quegli impossibili occhiali da sole a cuore appesi al maglione.

E' proprio simpatico. Avevamo commentato. Un ragazzo solare. Aveva chiosato qualcun altro.
Era solo il 2009 eppure sembra essersi aperto un abisso tra l'allora e l'ora.
Tutti amavano Alex allora.
Ora su Internet si moltiplicano le parodie impietose che trasformano l'atleta in caricatura, usando tutto quello che l'uomo ha detto e fatto per scrivere una storia diversa, da leggersi sotto la nuova luce gettata dalle sue ultime dichiarazioni "ho sbagliato io, la mia carriera è finita".
Molti parlano di "traditore olimpico", altri si preoccupano delle conseguenze che il gesto "di uno solo" avrà su tutti, altri ancora si vantano della rapidità con cui la "punizione esemplare" è stata assegnata al traditore solitario.
In tutte le dichiarazioni, le accuse, le frasi deluse si parla sempre di uno solo. Alex Schwazer. Lo stesso Alex Schwazer dice "ho fatto tutto da solo".
Solo. Appunto.
Proprio su questa parola si dovrebbe mettere l'accento.
Perché se è vero che la solitudine è connaturata al maratoneta e come diceva Calvino "anche questo è un vantaggio del correre rispetto agli altri sport, ognuno va per conto suo e non ha da rendere conto agli altri", è vero anche che un atleta olimpico non è davvero solo.
Dietro di lui c'è un entourage fatto di allenatori, preparatori, sponsor, medici e più in alto c'è una federazione e più in alto ancora un comitato olimpico nazionale e via ancora come in un gioco di scatole cinesi di cui non si vede la fine.
Eppure Alex Schwazer è rimasto solo. Ha fatto tutto da solo.
E mentre il CONI proclama la propria efficienza nell'escludere l'atleta dalla squadra olimpica, nonostante i controlli anti-doping siano stati opera dell'Agenzia mondiale WADA lasciando ben poco margine di scelta al nostro comitato e alla nostra federazione, alcune voci fuori dal coro si chiedono "come sia possibile che l'atleta di punta della nazionale di atletica sia sfuggito di mano a una federazione che tutto puntava su di lui" (gazzetta dello sport) e se quello di Schwazer non diventerà l'ennesimo "alibi Olimpico" (Espresso). «Lo avevo detto. Meglio vincere meno medaglie ma essere puliti», ha commentato infatti Petrucci. Della serie: è vero abbiamo vinto poco, ma non è perché a differenza di altre nazioni noi investiamo poco o abbiamo fatto errori nella preparazione dei nostri atleti, è perché noi siamo puliti, facciamo controlli più severi e i "cattivi" li becchiamo e li escludiamo al volo.
E così come in ogni favola che si rispetti abbiamo il nostro lieto fine. Il cattivo è stato scoperto e punito. Si chiama Alex Schwazer. Ed è il solo.
Solo ad affrontare la condanna generale. Che grazie all'immediatezza garantita dai social network è quanto mai rapida, diffusa e impietosa. Basta fare una visita ai suoi account ufficiali per rendersene conto.
Solo a scegliere il doping.
Solo.
E' questa la parola chiave della vicenda.
Una parola che dovrebbe allarmare, invece di tranquillizzare gli animi.
Una parola che sembra aver compreso fino in fondo solo suo padre Josef Schwazer, quando dichiara "psicologicamente non reggeva piu. Si era chiuso in se stesso. Si allenava da solo. Spero di poter rimediare agli errori che ho fatto con lui. Ripeto, la colpa è mia. Nei momenti difficili serve un padre che riesca a stare vicino a un figlio. Per questo chiedo perdono ad Alex. Tireremo avanti".
Una lettura della situazione lucida, impietosa. Alex è stato lasciato solo a correre la sua gara contro se stesso, contro l'immagine vincente che gli era stata appiccicata addosso.
Solo.  
Vorrei essere tra quelli che riesce a credere che Alex Schwazer sia davvero "il solo" cattivo di questa favola. Un caso isolato, appunto.
Ma per ora riesco solo a credere che Alex è stato il solo atleta, che io ricordi, che ha riconosciuto subito il suo errore, senza se e senza ma.
«So di aver sbagliato, la mia carriera è finita. Meglio che non mi chieda come sto, ho sbagliato... Volevo essere più forte per questa Olimpiade, ho sbagliato». «Ho fatto tutto da solo e di testa mia - prosegue nella sua dichiarazione l'atleta azzurro - e dunque mi assumo tutte le responsabilità per quello che è successo». Poi, la conclusione: «La mia vita nell'atletica è finita oggi».
Di questo però in pochi parlano. Anzi Didoni, lo stesso allenatore che lo avrebbe seguito passo passo sacrificando anche la sua famiglia per lui, ma incredibilmente senza accorgersi della fragilità del suo atleta di punta (e ha ragione allora Didoni a dire che "forse devo cambiare mestiere"), accusa Alex Schwazer di essere "puerile" proprio perché afferma di volersi "prendere tutte le responsabilità".
"Il suo gesto individuale ricadrà su tanti" spiega Didoni con tono accusatorio.
Io spero solo che sia vero.
Perché se Alex Schwazer è davvero stato lasciato solo o tale si è sentito nella lunga preparazione alle Olimpiadi, tanto solo da vedere nel doping l'unica possibilità di colmare il vuoto che si allargava dentro e intorno a lui, questa solitudine è il frutto dell'opera (o piuttosto della mancanza d'opera) di tanti.
Se Alex Schwazer è rimasto "un uomo solo al comando" nella gara più importante, quella della vita, dopo le accuse, le recriminazioni e le parole deluse, qualche domanda bisognerà pur farsela.
E se davvero vogliamo cambiare qualcosa, se davvero vogliamo che questa ennesima vicenda serva a qualcosa, non potrà essere Alex Schwazer il solo a farsi un esame di coscienza.
Continua...Read more!

venerdì 29 aprile 2011

Kellogg. Non solo cereali.

§Topo da biblioteca§
Nel 1994 esce al cinema The road to Welville tratto dall'omonimo romanzo di Boyle.

Si tratta della biografia non autorizzata di John Harvey Kellogg.
Sì. Quello dei cereali.

Se avete fatto questo collegamento mentale...bè questo è il punto.
Kellogg è passato alla storia come l'inventore dei fiocchi di mais tostati, ma John Harvey era molto più di questo.

Se siete curiosi, lasciate perdere l'insipido film di Alan Parker dove un Antony Hopkins sottotono dà il volto all'eccentrico dottore americano impegnato a promuovere "stili di vita gastricamente corretti" nel suo Sanitarium di Battle Creek (Michigan).
Andate invece a comprare Mai dire Mais di Silvestro Ferrara.

Primo perché un titolo così non può mancare in una biblioteca pop.
Secondo, perché la storia della follia del dottor Kellogg, corroborata dalla morale avventista e tradotta in una gestione quanto mai bizzarra della sua clinica della salute (una sorta di SPA ante litteram) vi farà piangere...dal ridere.

Tra riposini all'aperto (anche a meno venti), incitamenti a ripetere la masticazione infinite volte, diete a base di cibi insapori, clisteri allo yogurt e dulcis in fundo crociate contro la masturbazione e il sesso considerati "abitudine insane", Ferrara ci guida in un "salutare" viaggio nel grottesco mondo di Kellogg.Un viaggio che è anche un'ulteriore conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che la soglia tra follia e "normalità" è davvero sottile e quello che viene definito "sano" in un certo momento e luogo non è detto che lo sia in assoluto.
E se invece volete saperne di più di come sono nati i cereali Kellogg...voltate pagina! The road to Wellville, poi usato da Boyle e Parker come titolo delle loro opere, era in realtà il titolo di un fascicolo promozionale distribuito dalla compagnia Postum Cereal Company insieme ai suoi prodotti come provato da alcune stampe d'epoca.
Charles William Post era stato paziente del dottor Kellogg e a quanto pare deluso dai metodi poco ortodossi del dottore aveva deciso di "rubargli" l'idea dei fiocchi di cereali tostati.

Di fatto la Postum era stata fondata nel 1895 per vendere un drink ai cereali "inventato" da Post durante il suo internamento nella clinica di Battle Creek (di nuovo si trattava di una ricetta del dottor Kellogg).
La Postum Cereals rilevò poi la Jell-o Gelatine nel 1925, la Baker's Chocolate nel 1927 e la Maxwell House of Coffee nel 1928, cambiando il suo nome in General Foods Corporation (1929).
Sorpresa delle sorprese l'azienda nata dalle ceneri degli ideali salutisti del dottor Kellogg nel 1985 va in fumo...nel senso che viene acquistata dalla Philip Morris. Sì quella delle sigarette.
Nel 1989 una nuova fusione con la Kraft Foods da vita alla Kraft General Foods ormai nota sempliccemente come Kraft. Il marchio Postum rimane come sottomarca ma ormai nota solo come Post.

E i cereali Kellogg?
A quanto pare l'idea di commercializzarli, in concorrenza con quelli della Postum non fu di John ma del fratello Will Keith (1906). I cereali che avevano ispirato Post a fondare la sua azienda infatti erano fino a quel momento stati utilizzati solo all'interno della clinica di Battle Creek. Del resto erano nati incidentalmente: John Harvey Kellogg preso da una delle frequenti discussioni con il fratello Will Keith sulla gestione dei fondi del Sanitarium aveva dimenticato dei chicchi di mais cotti nel magazzino, ritrovandoli dopo diverse ore "raffermi". Non volendo spendere soldi per un nuovo acquisto decise di provare ad appiattirli con una pressa calda...finendo per ridurli in fiocchi tostati. Li sperimentò, come era sua abitudine, sui pazienti (1894) ispirato dalle idee di Sylvester Graham secondo cui i cibi insipidi erano in grado di frenare gli "ardori" sessuali.
Ma tornando alla commercializzazione, Will Keith la portò avanti indipendentemente dal fratello John Harvey che a quanto pare non era d'accordo con l'aggiunta di zucchero ai cereali tostati (un cibo destinato a frenare gli appetiti sessuali non doveva essere gustoso)...così di fatto sebbene i fiocchi di mais tostati furono inventati da John Harvey all'interno del suo sanitarium né la Kellogg's (proprietà del fratello) né la Postum (da sempre secondo marchio di cereali degli Stati Uniti) hanno nulla a che fare con lui...

Va detto che se non contribuì molto all'invenzione del prodotto, Will Keith fu uno dei più grandi comunicatori del suo tempo intuendo le potenzialità delle promozioni e delle campagne pubblicitarie.

Ad esempio fu sua l'idea di distribuire libretti con animali della giungla "scomponibili" a chiunque comprasse due scatole di cereali (distribuiti per ben 23 anni a seguire) così come la distribuzione gratuita di prodotto ai consumatori e l'insegna luminosa più grande dell'epoca a Times Square, New York.

E dunque...buona colazione a tutti ;)

Continua...Read more!

giovedì 28 aprile 2011

Diamoci un taglio...

§Matite colorate§.

E' il ventesimo compleanno di Edward mani di forbice. Ricordo che è stato uno dei primi film che ho comprato, in VHS, nella videoteca del mio quartiere, una delle prime aperte in città. Prima di Blockbuster. Prima dei distributori automatici simil bancomat.
Ricordo anche gli interminabili giri tra gli scaffali pieni degli spazi vuoti dei film "fuori", ovvero già noleggiati da altri, ovviamente proprio quelli che volevi. E per riempire quei vuoti con delle alternative, le interminabili chiacchiere con la direttrice del negozio, una sosia di Demi Moore versione Ghost con un gusto che oscillava tra lo splatter nordico e il polpettone sudamericano.
Eppure dalle nostre animate conversazioni filmiche sono spesso uscita con in mano piccoli capolavori pop: Sirene, Soul Man, La piccola bottega degli orrori e dulcis in fundo Edward mani di forbice.

Proprio oggi ho scovato un blog dedicato a raccogliere illustrazioni della favola gotica di Tim Burton. Gli stili sono i più diversi, così come il modo di rileggere i personaggi, ma in ogni disegno si riconosce la comune passione per questo piccolo cult.
Ecco le mie preferite...

Hyaku Aya


Nicolas Leger

Ma se volete vederle tutte...voltate pagina! E cliccate qui ;). Continua...Read more!

mercoledì 27 aprile 2011

Quando pregano i Cavalieri

§Japan Style§

I mangaka nipponici continuano a incoraggiare il popolo del sol levante attraverso i loro personaggi più famosi.
Gli ultimi in ordine di tempo, non certo di fama e valore, sono stati Megumu Okada, disegnatore di Saint Seya Episode G che fa dire al cavaliere del Leone, Aiolia, "eukhestai" ovvero "pregare" in greco.


Shun, cavaliere di Andromeda afferma invece "col supporto di tutto il mondo ora sorreggiamoci e incoraggiamoci a vicenda, ricostruiamo il nostro Giappone!”


Ikki, cavaliere della fenice, grida invece “ora è tempo di essere solidi e risorgere uniti! Giappone, uccello immortale!”.


In Giappone del resto i manga sono sempre stati usati anche come strumento di educazione e promozione. Niente di nuovo sotto il sol levante, ma di sicuro un fenomeno comunque interessante.

E se volete vedere altri esempi di manga-incoraggiamento...voltate pagina...

Oda (One Piece)

E le altre di Shonen Jump...

Miuchi (Glass no Kamen)


e tutti gli altri della rivista Hakusensha...

Il team di artisti della rivista Nakayoshi pubblicherà insieme ad altri mangaka una dōjinshi per raccogliere fondi da destinare alla popolazione colpita dal terremoto (auto-pubblicazione finanziata dai fondi degli stessi mangaka).

Infine la mia preferita...il Gundam di Kunio Okawara.



Il testo in giapponese recita la frase “Ganbare Nippon“, ovvero “Forza Giappone”.

Continua...Read more!

Un giorno di vita...su youtube

§Teledipendenze§

"La Vita in un Giorno" è un esperimento globale storico per creare il primo lungometraggio al mondo generato dagli utenti: un documentario girato in un solo giorno, anche da te. Il 24 luglio, avrai 24 ore di tempo per immortalare uno spaccato della tua vita con la videocamera."

Così veniva lanciato su youtube nell'estate 2010 il "futuro" documentario di Kevin MacDonald (regia) e Ridley Scott (produttore).

Oggi possiamo finalmente vedere un primo risultato.



Di tutti i filmati registrati il 24 luglio 2010 e caricati sul canale youtube Life in a day (ovviamente disponibile in tutte le lingue...) inferiori ai 10 minuti di durata, i "migliori" a insidacabile giudizio dei produttori, sono stati integrati nel documentario Life in day (ridondante...ma marketing friendly) poi presentato al Sundance Film Festival. Headline della campagna di lancio "un film girato da voi".
Ovviamente il film uscirà nelle sale il 24 luglio 2011, a un anno dal lancio del progetto.

Inutile dire che queste operazioni puzzano di viral marketing da lontano e il tentativo di sfruttare economicamente gli user generated contents sembrano sempre facili e vincenti sulla carta, ma spesso perdenti a conti fatti.

Chi vivrà vedrà...o in questo caso "caricherà" sul canale...

Se volete un anteprima...voltate pagina. Date un'occhiata al trailer. Continua...Read more!

martedì 26 aprile 2011

Una forma di vita dipendente

§Topo da biblioteca§

Amélie è tornata. Viva Amélie.



Finalmente, dopo le delusioni (personali, assolutamente personali) di Viaggio d'inverno e Cause di forza maggiore, un romanzo che mi ha fatto arrivare all'ultima pagina con la voglia di ricominciare daccapo.
Una forma di vita è la storia di un soldato americano di stanza in Afghanistan afflitto, come molti suoi compagni, dalla perenne lotta contro un peso in perenne ascesa. Divise taglia XXXXL. Sedie in metallo indeformabile. Mense raziate come territori nemici. Bilance che restituiscono numeri inimmaginabili.
Tutte immagini che contribuiscono a disegnare l'affresco di una generazione perduta sui campi di battaglia di una guerra utile solo a un certo disegno politico. Il senso di vuoto lasciato dalla crisi degli ideali riempito con burro d'arachidi e coca cola, ultimo sfregio alla società del benessere che ha sacrificato i propri figli per garantirsi la sopravvivenza.
Vero. Falso. Plausibile.
Come sempre queste categorie non si addicono alle storie di Amélie.

Quello che rimane di certo è una critica al vetriolo dell'America Way of Life dal punto di vista di un'europea (se così si può definire una creatura sfuggente alle definizioni geografiche come Amélie) che si mette, non per la prima volta, al centro della scena insieme ai suoi personaggi.
Sì, perché il nuovo romanzo della scrittrice nippo-belga, è epistolare.
E' attraverso questa forma letteraria antica che Amélie racconta in parallelo di due anime accomunate dalla dipendenza che cercano una cura nella relazione epistolare ricadendo invece in una nuova dipendenza.
Del resto la terapia delle dipendenze insegna che non esiste la dipendenza da "qualcosa", ma la "mentalità dipendente". In altre parole non basta allontanare l'oggetto da cui siamo dipendenti per guarire dalla dipendenza. Ricordo a questo proposito la frase di un ragazzo intervistato durante un'inchiesta sulle dipendenze "io non ho una dipendenza dal gioco d'azzardo, ho una mentalità dipendente. Il calcio, la musica, un amore, le patatine fritte. Mi rendo conto che anche se non andassi più a giocare troverei qualcos'altro da cui dipendere".
Amélie riesce a descrivere perfettamente questa mentalità nel suo romanzo epistolare e ne svela i trucchi e gli alibi, mettendosi in prima linea, dipendente fra i dipendenti.

E' proprio questa estrema sincerità che disarma il lettore e lo coinvolge sempre più a fondo in una spirale piena di colpi di scena fino al disvelamento finale che, in perfetto stile Amélie, ha i toni della commedia dell'assurdo.

Usciti dalla spirale del racconto ci si ritrova a riflettere sulle proprie dipendenze, piccole o grandi che siano, e a riconoscerne una di cui si può essere orgogliosi: quella dai romanzi di Amélie.

E se volete aggiungere alle vostre questa dipendenza...voltate pagina...

. Continua...Read more!

domenica 17 aprile 2011

Quando i freaks sono italiani

§Teledipendenze§

Willwoosh
Canesecco
AboutWayne
Nonapritequestotubo
Cicciasan
Electric Diorama

Se questi nomi non vi dicono niente significa che nell'ultimo anno avete frequentato poco il panorama youtube italiano.
Perché queste sono le nuove youtube celebrities, ragazzi saliti agli onori delle visualizzazioni grazie ai loro "canali" privati (leggi youtube channels) e a una serie di video amatoriali (ma neanche poi tanto) in cui si prendono gioco degli utlimi fenomeni di fandom (Twilight in primis) ma anche di se stessi.
Ragazzi tra gli altri ma con una maggiore abilità di trasformarsi in personaggi capaci di "far salire le visualizzazioni youtube", uno dei nuovi modi per "rendersi visibili" in rete.

Queste piccole celebrities hanno già un loro seguito di fan affezionati su cui contare quando lanciano nuovi video o progetti. Si pensi che quando Willwoosh ha postato un video in cui annunciava la chiusura del suo canale (un pesce d'aprile ben congeniato) le visualizzazioni hanno superato la cifra 500.000 e continuano a salire a distanza di un anno.
Le aziende pagano per raggiungere queste cifre.
Questi "nativi" della rete le ottengono con un pesce d'aprile.

Ora Willwoosh e compagnia abbandonano i nickname che li hanno resi famosi e lanciano un progetto ambizioso: una web serie che incrocia fantasy e mistery e va a intercettare il pubblico "pop" di prodotti come the vampire diaries ma utilizza un linguaggio sofisticato (la serie guida è, dichiaratamente, la britannica Misfits).
Claudio di Biagio (canale nonapritequestotubo) ne è regista insieme a Matteo Bruno (canale cane secco) e sceneggiatore insieme a Guglielmo Scilla (canale Willwoosh) e Giampaolo Speziale (About Wayne), tutti e tre insieme a Ilaria Giachi, Claudia Genolini (canale cicciasan) e Andrea Poggioli (Electric Diorama) ne sono gli interpreti.


La prima puntata postata l'8 aprile sul canale ufficiale freakstheseries ha già superato le 300.000 visualizzazioni in meno di 8 giorni.
L'esperimento di una serie tv fuori dalla tv che cerca il suo pubblico online a dispetto di produttori e investitori non può non ricordare l'esperimento di Doctor Horrible sing-a-long blog.

La prossima puntata sarà postata il 22 aprile.

Quanto tempo passerà prima che qualche investitore si accorga dei freaks italiani?

Se volete saperne di più...voltate pagina!.

. 5 cose a caso su Willwoosh, canesecco si confronta con il doppiaggio e gli About Wayne fanno una cover dei Beatles e presto gli altri.... Continua...Read more!

sabato 16 aprile 2011

La zanzara nel tritacarne

§Teledipendenze§

In un'epoca in cui i brand names sono quelli che fanno vendere i giornali e fanno "audience" in tv, perché si portano dietro un seguito di fan e quindi di pubblico (vedi il caso Saviano ma non solo), non stupisce che attorno a Giuseppe Cruciani, noto conduttore e giornalista radiofonico, noto al pubblico per il suo irriverente programma "la zanzara" dove mette alla berlina volti noti del mondo della politica, sia stato costruito un programma tv con simile profilo.
Il Tritacarne ha esattamente lo stesso intento che ha "la zanzara" tanto che il programma radiofonico serve come serbatoio da cui attingere per realizzare quello televisivo. L'archivio sonoro di sua stessa produzione viene usato da Cruciani per decostruire, o meglio tritare gli ospiti televisivi assenti (nella prima puntata De Magistris e la Santanché) ma radiofonicamente presenti.



Forse più interessante del programma vero e proprio è stata la campagna promozionale in cui Cruciani, novello Dexter, si presenta al pubblico come il macellaio di turno che mette nel tritacarne i suoi ospiti perchè solo "facendo a pezzi" una persona la si può conoscere veramente.

La star radiofonica si trasforma in un serial killer televisivo al contrario di quanto suggeriva il famoso refrain "Tv killed the radio star". In questo caso il brand name passa dall'etere, allo schermo, fino alla rete (current è vista soprattutto online) mantenendo la propria aura di celebrity e potenziandola a ogni passaggio.

Non c'è dubbio che dopo i fallimentari tentativi di Complotti e Controcampo Cruciani abbia trovato un format adatto a sfruttare il personaggio radiofonico che ha cstruito negli anni.

Date un'occhiata a uno degli spot e se volete vedere l'intera campagna e la prima puntata del tritacarne...voltate pagina!. ...Il secondo spot e la prima puntata.... Continua...Read more!

venerdì 15 aprile 2011

Quando l'uomo è il messaggio

§Eroi e antieroi§

Nel 2009 Vittorio Arrigoni è stato tra i vincitori del Premio Marconi assegnato ogni anno ai migliori "comunicatori" a livello nazionale e internazionale. Al momento della consegna del premio si trovava a Gaza, molte altre volte, e tentava inutilmente, come molte altre volte, di rientrare in Italia.

Il pubblico era particolarmente variegato quell'anno, come lo erano gli intenti e i profili dei progetti premiati, eppure mi ricordo un comune silenzio di fronte al videomessaggio che Vittorio aveva fatto arrivare da Gaza e che apriva uno squarcio su quello che stava accadendo intorno a lui. Qualcosa che nonostante la distanza ci riguardava.
Con gli occhi ancora pieni di quelle immagini avevamo intravisto la mamma di Vittorio salire sul palco a ritirare il premio a nome di suo figlio, l'avevamo ascoltata ringraziare, ma soprattutto l'avevamo sentita pronunciare parole semplici e dirette "spero di vedere presto tornare mio figlio". Una mamma tra le mamme che aspettano, giorno dopo giorno, di ricevere un messaggio che dia la forza di continuare a sperare che qualcosa cambi in meglio e presto.

Per noi esterni, salvi dal dolore e dall'orrore vuoto dell'attesa, era chiaro che Vittorio era quel messaggio.
I suoi racconti da Gaza, voce ferma e alta sopra gli spari, i crolli, le grida, raccontavano che il mondo poteva e doveva essere diverso. Che si poteva e si doveva cambiare.
Restiamo umani. Era l'adagio con cui "firmava" i suoi videoraccnti per il Manifesto e il suo blog. Più importante di trasmettere il suo nome, la sua presenza, era per lui trasmettere quel messaggio.
Ma lui era quel messaggio. Perché se poteva restare umano lui, in mezzo a tante cose disumane, chi lo sentiva raccontare di quelle cose disumane aveva il dovere di restare umano. Di ricordarsi della natura dell'uomo che va oltre "i confini, le barriere, le bandiere, perché apparteniamo tutti indipendentemente dalle latitudini, dalle longitudini, a una stessa famiglia che è la famiglia umana".
E quando l'uomo è il messaggio puoi solo ringraziare di averlo incontrato sulla tua strada.
Restiamo umani, Vittorio.
Restiamo umani.
Ascolta la voce di Vittorio da Gaza. Leggi il libro Restiamo Umani. Continua...Read more!

giovedì 30 dicembre 2010

Boney M canta Anna dai capelli rossi

§Eroi e antieroi§
Leggendo il giornale della mattina uno dei titoli era "Daddy Cool" è morto.
Un titolo perfetto giornalisticamente parlando. Breve, incisivo, dà la notizia ed è pure ironico.
Un po' come "Figlio uccide madre schizofrenica"
Di nuovo un titolo breve ed esaustivo.
Giornalisticamente parlando.
Ma umanamente cosa ci lascia?
LA notizia resta: il cantante dei Boney M ha smesso di cantare su questa terra per andare a ballare e scatenrarsi da un'altra parte.
Ammetto che quando mi hanno detto è morto il cantante dei Boney M la mia reazione è stata...Boney M chi?

Per farmi ricordare il gruppo mi hanno fatto vedere questo video:
Rivers of Babylon

Ancora non avevo in mente l'immagine dei Boney M quello che mi era chiaro però che evidentemente l'avevano in mente i compositori della sigla di Anna dai capelli rossi perché è IDENTICA.

Provate a cliccare qui per credere!

Un omaggio voluto?

Intanto per ricordare degnamente, ovvero con il gusto iper pop che li distingueva, i Boney M girate pagina...

. e riascoltate la loro canzone più famosa
Daddy cool in una recentissima esibizione ai migliori anni...
Continua...Read more!

giovedì 23 dicembre 2010

Gennaio un mese "animato"

§Japan Style§

E' ufficiale.
Una delle pietre miliari della mia infanzia sta per uscire...al cinema! Il 28 di gennaio Yattaman anzi Yatterman (Tatsunoko Production) sarà proiettato in alcune selezionate sale italiane per poi uscire in dvd...
Due emozioni contrastanti mi attanagliano:
da una parte la curiosità di vedere le immagini che hanno accompagnato tanti dopo-scuola prendere corpo come in questo pseudo trailer italian style...dall'altra il terrore di vedere l'ennesimo live action giapponese devastato dal doppiaggio italiano...vedi Shaolin Soccer
E quindi quale delle due?

Nel frattempo ricevo notizia che il geniale romanzo Battle Royale di Koushun Takami, poi diventato manga grazie alla matita di Masayuki Taguchi, avrà uno spin off disegnato da Mioko Ōnishi e scritto dal geniale Takami. In Giappone spinoff Battle Royale: Tenshi-tachi no Kokkyō dovrebbe uscire l'11 gennaio 2011...vi ricorda qualcosa questa data?Se non avete mai sentito parlare di Battle Royale meritate senz'altro di essere deportati sulla misteriosa isola in cui si svolge la battaglia mortale insieme agli studenti protagonisti...



Battle Royale è un incubo in cui lo splatter diventa la nuova soglia del sublime, uno psico-thriller che mette a nudo i meandri più oscuri della mente umana disegnando una farsa così sofisticata che asciuga le risate sulle labbra, un soggetto che rasenta l'assurdo eppure riesce a regalare una rappresentazione al vetriolo della gioventù giapponese, ma anche della più classica e sulla carta rassicurante delle istituzioni educative: la scuola. Il riferimento al Signore delle mosche è scontato, ma quello ad Arancia Meccanica è d'obbligo. Del resto una storia che si presenta con la frase "avete mai ucciso il vostro migliore amico?" da già una discreta indicazione di dove si sta andando a parare...Dunque correte a comprarvi il libro e/o il manga! Per i più pigri...potete recuperare guardandovi lo splatterissimo film di Kinji Fukasaku e con Takeshi Kitano (qui nel ruolo che tutti i professori italiani e non vorrebbero interpretare almeno una volta nella vita!) oppure...voltate pagina!Ecco in breve trama e caratteristiche di uno dei romanzi/manga/film più controversi degli anni Novanta: per disciplinare gli adolescenti della Repubblica della Grande Asia (localizzato geograficamente Giappone "reale"), considerati troppo ribelli, viene emanato il Battle Royale Act: ogni anno una scolaresca viene estratta a sorte e mandata su un'isola deserta. Sorvegliati dai professori e da un nucleo militare, gli studenti sono obbligati a partecipare alla Battle Royale, ovvero uno scontro all'ultimo sangue che si gioca all'interno dell'enorme e ostile foresta che ricopre l'isola. Scopo del gioco: eliminare tutti gli altri entro tre giorni. Regole: nessuna...Deve rimanere un solo superstite, l'unico che potrà tornare a casa. Per costringerli a partecipare, tra i vari espedienti c'è un collare che fornisce al centro di controllo la posizione degli studenti e che esplode in caso di fuga o di ammutinamento. Ai partecipanti è fornita un'arma con criteri assolutamente casuali (dalle mitragliatrici ai coperchi di pentola), in modo da uniformare, affidandole completamente al caso, le possibilità di sopravvivenza. Dopo l'iniziale resistenza (e il primo morto ad opera del comandante dell'operazione il professor Yonemi Kamon) i giovani protagonisti si lanciano nel gioco seguendo approcci differenti: ai "ribelli" che tentano con ogni mezzo, ma con scarso successo, di sabotare il gioco si oppongono i killer che hanno deciso di fare di tutto per sopravvivere. Inutile dire che la bilancia pende a favore di questi ultimi, anche grazie alla presenza dello spietato Kazuo Kiriyama, che mette la sua incredibile intelligenza al servizio della Battaglia Reale e della bellissima, e altrettanto spietata Mitsuko Soma. Sul fronte opposto si schierano Shuya Nanahara, amante del rock e dunque per sua stessa natura ribelle, Shogo Kawada, che si dice essere sopravvissuto alla precedente edizione grazie a una misteriosa via di fuga e Noriko Nakagawa, studentessa solo apparentemente "normale". Lo sgangherato trio dovrà convincere gli altri a entrare tra le fila dei ribelli...ma le perdite sul campo renderanno la cosa sempre più difficile...e poi siamo davvero sicuri che ci sia una via di fuga?
Continua...Read more!

mercoledì 22 dicembre 2010

Uccidimi, per favore

§Eroi e antieroi§
Grazie (si fa per dire) al decreto "mille proroghe" presto i biglietti dei cinema saranno più cari. Per la precisione il biglietto medio salirà a 8,50 €, che passerebbero a 11 € in caso di proiezioni in 3D. Il diritto di prenotazione per chi sceglie di assicurarsi un posto in sala aggiunge un ulteriore euro.

Eppure ci sono film che varranno comunque il prezzo di questi biglietti "maggiorati".
Uno di questi è Kill me please diretto da Olias Barco, e con Aurélien Recoing, Benoît Poelvoorde, Muriel Bersy, Nicolas Buysse e Ingrid Heiderscheidt.


Fotografia sgranata ma con un bianco e nero luminoso. Tono sempre in bilico tra il caustico e il commovente.
Con un tocco "sporco" e senza facili moralismi, Barco racconta la morte e i suoi tabù. In particolare uno fra tutti. Il suicidio.
E lo fa attraverso la storia di un uomo che si intreccia con quella di molti altri, la storia del Dottor Kruger, direttore di una clinica più segreta di un fight club, perché rintracciabile solo su Internet e sperduta in mezzo a montagne gelide di neve. Una clinica odiata e disprezzata eppure sovvenzionata dal governo Belga.
Perché nonostante la sua natura grottesca, questa clinica che offre assistenza ad aspiranti suicidi, senza cercare di convincerli a tutti costi a vivere, ma anzi garantendo loro una morte dignitosa, contribuisce a contenere uno dei grandi costi che lo stato deve affrontare: il costo dei suicidi. Appunto.
Secondo uno studio canadese ogni suicidio costa allo stato 850,000 dollari. Moltiplicate questa cifra per 1 milione di suicidi, ogni anno e avrete la facile risposta alla domanda spontanea "come è possibile che il governo finanzi una clinica che aiuta chi ha deciso di farla finita?"
Secondo il Dottor Kruger, anche il diritto alla morte un giorno sarà sancito dalla Costituzione. Nel frattempo lui anticipa i tempi.

La cosa interessante è che non è semplicemente una clinica di morte. Kruger e i suoi collaboratori studiano attentamente le molle dell'autodistruzione nella speranza un giorno di imparare come non farle scattare o come premere i tasti giusti per controllarle. Con onestà intellettuale però prevedono la sconfitta e dunque promettono di garantire ai loro "pazienti" visitatori una morte assistita e dignitosa.

La Archibald Enterprise Film ha deciso coraggiosamente di distribuire il film in Italia che uscirà forse il 14 gennaio 2011.
Che dire. Non vedo l'ora di spendere i miei soldi per vederlo nella versione italiana.

E se volete vedere il trailer, voltate pagina!
Ecco alcune scene di Kill me please Continua...Read more!

martedì 21 dicembre 2010

E dopo Snoopy...Whatsit!

§Matite colorate§
Credevo non fosse possibile dopo Snoopy amare alla follia un altro cucciolo animato...
come reggere il paragone con il bracchetto che in bilico sul tetto della sua cuccia batte sui tasti della sua macchina da scrivere "era una notte buia e tempestosa..."?

Eppure mi è successo. Ed è stato per puro caso. La segnalazione di un amico mi ha fatto incontrare un nuovo cucciolo animato tra le pagine di Rita e Whatsit.

Rita è una bambina con una personalità "ingombrante". Whatsit è un cane senza nome (whatsit infatti è il calco francese dall'inglese per dire "cos'è") che parla solo quando è assolutamente necessario. Rita è spesso di cattivo umore. Whatsit è pigro e tranquillo.


Rita è iperattiva e confusionaria. Whatsit ama giocare a scacchi e la speculazione filosofica.
la storia di questi due improbabili eppure perfetti amici è raccontata in una serie di 12 libri scritti e disegnati dai francesi Jean-Philippe Arrou-Vignod e Olivier Tallec.
Il Giappone si è innamorato di questa insolita storia di due anime diverse e forse proprio per questo "gemelle" e forse anche dei disegni essenziali e puliti...il risultato è che ora Rita e Whatsit è diventato Rita e Machin un anime esilarante e commovente con quel giusto tocco di acidità che i francesi mettono nella loro panna e l'essenzialità dello stile giapponese...

Insomma un connubio riuscito tra due culture figurative e narrative. Come nel caso di Rita e Whatsit le coppie migliori sono quelle in cui la diversità degli individui non viene appiattita, ma esaltata. Immaginate un boccone di pecorino sardo addolcito da una composta di pere williams...ecco avete sulle labbra il sapore di Rita e Machin...

Se volete gustare anche visivamente queste saporite avventure...girate pagina! ...e visitate il sito
http://www.planetnemoanimation.com/rita.html
Continua...Read more!

lunedì 20 dicembre 2010

Ringrazia Dio (o chi per lui) per tutta la roba che hai...

§Eroi e antieroi§
...E non perderti il meraviglioso regalo di Natale che John Snellinberg, ovvero un collettivo di giovani toscani che si diverte seriamente a fare film indipendenti, ha fatto agli assidui frequentatori del sito ufficiale
di cui ovviamente faccio orgogliosamente parte...
E mi verrebbe quasi da fare una promozione gratuita...

Dopo lo straordinario successo di
La banda del Brasiliano (dall'8 giugno disponibile anche in DVD)
poco dopo il controverso
Gioventù, droga e violenza: la polizia interviene
ma subito prima del nuovo e misterioso progetto "in lavorazione"
John Snellinberg (immagine indisponibile come quella di Assange)
torna con
John Snellinberg's Christmas Carol
un'opera capace di intrecciare Dickens e Kafka e regalarci un Natale caustico alla Cohen ma pieno di speranza alla Nichols irriverente stile Horby ma d'autore stile francese.
Sugli schermi dei vostri protatili.
Ora.
Cliccando qui.

Buon pre-natale.
E naturalmente...
ringraziate Dio (o chi per lui) per tutta la roba che avete...

E se volete una chicca musicale girate pagina! Ed ecco Pucino, il ridente e irridente promo dell'album “The Importance of Maracas in the Modern Age” (Acid Cobra / Audioglobe) Continua...Read more!

sabato 18 dicembre 2010

All things Johnny Weir

§Pattini d'argento§

Interrompiamo momentaneamente la normale programmazione del blog per portare al nostro gentile pubblico contenuti dedicati esclusivamente a "all things Johnny Weir"...perché siamo in piena stagione invernale che come tutti voi ben sapete coincide con il pieno della figure skating season...e perché non vorrei mai causare agli ultimi lettori rimasti di questo blog una crisi di astinenza da Johnny, che come sapete si manifesta con una bruciante necessità di aspirare glitter e brillantini.
Quest'anno Johnny è stato giudice a Skating with the Stars regalandoci siparietti geniali che potete recuperare dal nostro comune cugino americano torrent...e naturalmente una nuova faida che lo vede protagonista insieme a una delle concorrenti Bethenny Frankel (leggi una specie di Antonella Clerici americana che si diletta con i fornelli...anche se lei è una VERA chef!). Se volete saperne di più cliccate qui...La VERA notizia però è che si esibirà durante la finale in un numero di gruppo (fermate la vostra mente please...o anche no ;P) con Denis Petukhov (ricordate il geniale threesome di Fallen Angels?), Keauna McLaughlin e Jennifer Wester.
Su altro fronte è finalmente (?) disponibile il singolo di Johnny Dirty Love.

Qui potete ascoltare un'anteprima...devo ammetterlo...pensavo peggio!

Inoltre Johnny è direttamente impegnato con il Trevor project per dare ai giovani strumenti utili a combattere le tendenze suicide...ovviamente alla Johnny...cioè tramite un fashion statement...



E dulcis in fundo...segnatevi questa data: 11 gennaio 2011 (allitterazione ovviamente voluta...). Perché? Beh perché esce finalmente (stavolta per davvero) la tanto chiacchierata autobiografia di Johnnino "Welcome to my World"!!


Potete già preordinarla...vale la pena già solo per avere QUELLA copertina nella VOSTRA libreria...

E se volete godervi qualche video delle ultime "imprese di Johnny"...girate pagina!

Come promesso...
Johnny Weir poker face 2.0
Johnny in un backstage veramente ignorante....
e un fantastico promo di Skating with the stars..
Continua...Read more!

mercoledì 15 dicembre 2010

Il Ghibli soffia di nuovo...sulle ragazze!

§Japan Style§
Miyazaki e Ghibli di nuovo al lavoro. E questa volta l'anime sarà "manga style"!!
L'ha annunciato proprio oggi via twitter Hiroo Otaka, giornalista che si occupa di cinema:
si tratterà di un adattamento del manga Kokuriko-Zaka Kara (Dalle colline di Kokuriko) di Chizuru Takahashi and Tetsurō Sayama.


Si tratta di un racconto per immagini pubblicato nel 1980 ma ristampato recentemente con una sibillina e indicativa nuova copertina dove campeggiava la scritta "raccomandato da Hayao Miyazaki"...per i teorici della cospirazione era già tutto chiaro da li!!!

La storia raccontata nel manga si svolge nel 1963 a Yokohama e ha per protagonista la stundentessa Komatsuzaki.
Alla regia Goro Miyazaki e alla sceneggiatura Hayao Miyazaki e Keiko Niwa...qui scatta il dubbio perché la Niwa è già autrice della sceneggiatura del deludente, a parere di chi scrive, I racconti di Terramare (2007 sempre per la regia di Goro)...vedremo...
altro campanello d'allarme è la scelta di affidare la parte musicale del film a Satoshi Takebe (Deltora Quest, Romeo × Juliet) invece che al pluriennale collaboratore della Ghibli Joe Hisaishi...ma forse c'era voglia di "nuova musica" allo Studio del vento caldo del Sahara...
Il film è annunciato in Giappone per l'estate del 2011!

Per chi sa il giapponese ecco il sito ufficiale.
E per chi vuole qualche anticipazione legata al manga...si volti la pagina!Come già detto il manga racconta la vita quotidiana di Komatsuzaki figlia di una fotografa e di un padre marinaio disperso in mare. La studentessa si occupa del giornalino scolastico ed è attraverso questo mezzo apparenetemente "povero" che coglie e raccoglie la ricchezza della vita dei suoi coetanei. La cosa interessante è che il manga è uno shojo, il primo tentativo di adattare per il cinema un manga per ragazze da parte dello Studio Ghibli!
Interessante da questo punto di vista confrontare il character design delle due opere che sembra indizio di ulteriori modifiche in campo narrativo...

Continua...Read more!

martedì 7 settembre 2010

I'm still here...per davvero?

§Eroi e antieroi§

Che sia vero o falso questo è uno degli esperimenti più interessanti degli ultimi anni, documentaristicamente parlando. Presentato alla mostra del cinema di Venezia 2010, I'm still here (regia di Casey Affleck), racconta "l'anno perduto di Joaquin Phoenix", secondo il sottotitolo ufficiale.

Attore più volte nominato agli Oscar, acclamato da critica e pubblico, nel 2008 e nel bel mezzo del tour promozionale per il suo ultimo successo, Two lovers, Joaquin annuncia il suo ritiro dalle scene. Tutti pensano a un gigantesco scherzo. Ehi, Ashton Kutcher salta fuori da dietro quel paravento! La cosa sembra ancora più assurda quando Joaquin, il bel volto ormai completamente nascosto da un fluente barbone e gli occhi blu oscurati dagli ormai onnipresenti occhiali da sole, afferma di volersi rilanciare come artista hip hop. Seguono una serie di interviste "al limite", tra cui quella con David Letterman che conclude con la celebre chiosa "Joaquin, mi spiace che tu non sia potuto venire stasera". Pubblico e giornalisti sono costantemente in bilico tra l'angosciosa sensazione che una tragedia umana si sta consumando in diretta televisiva e l'incredulità che vuole sciogliersi in una risata liberatoria. Una risata che non riesce mai a scoppiare completamente, perché Joaquin non lascia mai cadere la sua maschera di tormento e disagio. Mai. In un anno intero. Mentre i mesi passano e quelle che ormai vengono definite "le follie di Joaquin" si susseguono, la risata liberatoria che tutti si attendono tarda ad arrivare, ma nessuno vuole credere che non arriverà mai. Perchè è ovvio che quando finalmente Joaquin si deciderà a rasarsi e togliersi quegli occhiali scuri per guardare il suo pubblico nel profondo, come solo lui sa fare, per poi strizzare l'occhio divertito, perché sì, questa è stata la mia migliore interpretazione e vi ho portato tutti con me in questo viaggio, altro che Oscar, scoppieremo a ridere tutti insieme, lui con noi, noi con lui. Perché questa è Hollywood baby. O no?
Nel 2009 finalmente qualcosa di rassicurante. Casey Affleck, fratello del più celebre Ben che l'ha diretto nello struggente Gone baby Gone, annuncia il suo primo film da regista: un documentario che segue passo passo la vita di suo cognato Joaquin Phoenix, dopo l'annuncio del suo ritiro dalle scene e nei suoi fallimentari tentativi di diventare un artista hip hop.
"Non voglio più interpretare il personaggio di Joaquin" commenterà l'attore e "la mia vita sta diventando un film su me che non voglio fare un film". E a commento delle sue disastrose escursioni nel mondo dell'hip hop "Il sogno è troppo grande o è solo il sogno sbagliato?"

Vero, falso. Documentario o mokumentario. Pubblica e critica sono divisi. Forse la crisi di Joaquin è reale, forse è la più grande prova d'attore mai data dopo Greta Garbo, certo è che questo film apre una serie di domande ma lascia al suo pubblico l'onere di cercare delle risposte.
Una crisi personale è vera se si dipana di fronte all'obiettivo di una telecamera, pubblicamente? Joaquin ha vissuto quest'anno realmente o le telecamere che lo hanno seguito ovunque hanno reso finto ogni suo gesto? Un attore è mai davvero se steso davanti alle telecamere? Fino a che punto si può parlare di verità brutali e quando invece si oltrepassa la soglia dell'esibizionismo? E soprattutto Joaquin Phoenix è davvero ancora qui con noi?
Dopo la fine delle riprese i suoi gesti e le sue giornate sono stati inghiottiti nel nulla dell'anonimato di una vita lontana dai riflettori, siano essi quelli di un palcoscenico o di un set. Alla conferenza stampa dedicata al film l'assenza di Joaquin è suonata come una nota stonata, o forse come la prova definitiva che sì, tutto quello che abbiamo visto nel film è vero. O forse, come urla Joaquin in una delle scene del documentario, arrampicato sulla cima di un albero, subito dopo la sua disastrosa performance al David Letterman Show, "Sono destinato a essere un dannato scherzo da qui all'eternità". E noi con lui.
Ed ecco il trailer. Continua...Read more!

lunedì 6 settembre 2010

Quando la Rete intrappola la tua reputazione...Evan twitter incident

§Pattini d'argento§
Meyrowitz scrive nel suo libro "Oltre il senso del luogo" che se all'epoca ci fosse stata la televisione, Roosvelt non sarebbe mai stato eletto. La sua voce calda era molto radiofonica e aveva contribuito a dare di lui un'immagine forte e sicura. Ma gli elettori, in un momento di forte crisi economica e politica, si sarebbero ugualmente affidati a lui se l'avessero visto claudicante, gracile e con quell'aria malaticcia? La tv avrebbe ucciso la reputazione che si era guadagnato con la sua brillante oratoria alla radio.
I personaggi pubblici sono cambiati, perché i media sono cambiati e chi adava bene per la radio, non va altrettanto bene per la televisione, del resto chi va bene per la televisione non necessariamente va altrettanto bene per la Rete. Ci sono molti casi che lo provano e oggi ho deciso di raccontarne uno, un po' perché il modo in cui si è svolto è particolarmente esemplare e un po' perché è accaduto proprio nel mondo in cui mi trovo più a mio agio, ovvero sul ghiaccio. Ma andiamo con ordine.
L'hanno chiamato twitter incident...anche in Cina. Quello che è accaduto, però, ha ben poco dell'accidentale, anche se il modo in cui è lievitato non era sicuramente prevedibile. O forse avrebbero dovuto esserlo, visto e considerato che Oggi viviamo in quello che ormai tutti chiamano web 4.0, ovvero un web dominato dai social networtk. E le reti, si sa, sono capaci di sostenere ma anche di avvignhiarti e trascinarti sul fondo, se non le usi bene. Con 65 milioni di tweet al giorno (secondo le ultime stime) le informazioni non corrono, volano. Se sei fortunato o abbastanza veloce puoi cliccare sul tasto cancella prima che altri si accorgano del tuo "commento sgradevole", nel caso peggiore, quando senti l'eco del tuo commento tornare indietro centuplicato in negativo, non ti resta che scusarti e ritirare quello che hai detto.
Oppure puoi prendere la terza strada. Quella di chi non ha ancora capito che i social network sono certo dei potenti amplificatori della fama di un personaggio pubblico, ma possono anche distruggere la sua reputazione, con un solo post. Perché la comunicazione tramite social network tra una public persona e i suoi fan è più delicata di quanto non sembri e avere un profilo su facebook e twitter può rivelarsi controproducente, se non si è pronti a gestire le situazioni di "crisi comunicativa" che si possono presentare dopo ogni singolo post. Perché il rumore della rete, il buzz che magari tu stesso hai contribuito a sollevare, non si placa così facilmente.

Ma andiamo al sodo. Tutto è cominciato con un twitter di Evan Lysacek, fresco campione olimpico a Vancouver. Ricordate Vancouver? Ricordate la telecronaca della tv canadese di cui vi ho parlato qualche post fa? Ricordate che due commentatori del Quebec avevano messo in dubbio la natura sessuale di Johnny Weir chiedendo che venisse effettuato un gender test per assicurarsi che gareggiasse nella categoria giusta, quella maschile, e non fosse invece una donna sotto "mentite spoglie"? Ricordate il polverone che si era sollevato, con tanto di stampa internazionale schierata al fianco del pattinatore americano dall'immagine ribelle ai comuni canoni maschili e femminili? Ricordate che molti avevano chiesto addirittura la "testa" (leggi il posto di lavoro) dei due commentatori, salvati solo dall'intervento di Weir che aveva preferito richiamarli alle loro responsabilità di "personaggi pubblici" piuttosto che cucirgli la bocca con un licenziamento? Ecco tenetelo a mente...

Dicevo, Evan, tra un post e l'altro, si prende la briga di rispondere a un fan che gli chiede se Johnny Weir sia un uomo o una donna, dato che nelle ultime foto pubblicate gioca con la sua immagine androgina. Gli stessi fan di Lysacek, notoriamente non in buoni rapporti con il compagno di squadra Weir, criticano la mancanza di tatto della domanda e accusano TahitianFantasy di essere "fuori luogo".

Quello che nessuno si aspetta è però di vedere, 5 giorni più tardi, che Evan Lysacek risponde al commento di TahitianFantasy...per criticarlo o ammonirlo di tenere fuori dal suo twitter ufficiale (e sottolineo ufficiale, tenetelo a mente) certe battute sopra le righe? No. Per rispondere con una battuta. Anche più sopra le righe del commento. "Il verdetto deve ancora essere emesso" commenta Evan.

Quella che voleva essere probabilmente una battuta di spirito detta "tra amici" (primo errore strategico perché non sempre i followers del twitter di un personaggio pubblico sono tutti suoi fan, anzi) scatena un flood inimmaginabile. Le associazioni gay accusano Lysacek di aver pubblicato sulla sua pagina ufficiale un commento omofobo, proprio lui che, come campione olimpico, dovrebbe essere un esempio per la comunità. Il fatto poi che la risposta di Lysacek metta in dubbio non tanto l'orientamento sessuale di Weir, ma addirittura la sua stessa natura sessuale e la sua identità, fa mobilitare anche le associazioni transgender. La capillarità della rete fa sì che il twitter di Evan venga ri-twitterato milioni di volte mentre screen shot del suo commento vengono postate nei blog di gossip e di settore.
A questo punto scatta l'operazione contenimento danni. Evan ha un'agente di ferro, tale Yuki, che più volte lo ha salvato da questo tipo di incidenti. Sempre nel mondo reale o in televisione, però. E' la prima volta che Evan e il suo team devono affrontare un'emergenza di "rete". In pochi minuti sulla pagina twitter di Evan compare un post dell'atleta, il quale sottolinea che lo screen shot comparso sui blog e sulla stampa di settore non proviene dalla sua pagina ufficiale, ma da un twitter account non verificato.

Seguono una dichiarazione che sottolinea come, nell'account twitter falso, Lysacek non sia scritto con una L maiuscola come iniziale ma con una i maiuscola ovvero Iysacek. Evan afferma che le cose postate su quell'account non gli sarebbero MAI neanche passate per la testa.

In una nota finale Lysacek sottolinea che i suoi reps si stanno occupando del caso che da questo momento "non è più nelle sue mani".


Tutto è bene quel che finisce bene dunque? Non proprio. Perché come dice sempre saggiamente mia nonna "verba volant, scripta manent" anche in un luogo apparentemente "volatile" come la Rete. Con l'aiuto del falso Evan, che a questo punto si sente tirato in causa, essendo stato accusato di omofobia e transgender-fobia, i blogger ricostruiscono i fatti dimotrando che il commento offensivo è stato postato proprio sul twitter ufficiale di Evan Lysacek e non su un account falso.


Come vedete dalle parti provvidenzialmente evidenziate dai blogger, che si sono presi a cuore il caso, il commento "verdict is still out" è postato sulla stessa pagina in cui Lysacek afferma che il commento è stato postato su un account non verificato. A riprova della realtà dei fatti gli investigatori della rete hanno postato addirittura il codice sorgente della pagina twitter di Evan che dimostra come il commento è stato postato dall'amministratore del twitter account VERIFICATO di Evan Lysacek (che poi sia lui o la sua PR ad aver postato il commento di risposta mi sembra abbia poca importanza a questo punto). In molti hanno postato anche gli screen caps originali, non ritagliati per dimostrare che le affermazioni comparse sul twitter di Evan non sono state in alcun modo modificate. Se vi interesano scaricateli in fretta perché l'operazione di copertura dell'incidente sta procedendo alla velocità della luce e le fonti scompaiono a vista d'occhio. In effetti in poco tempo tutti i twitter di Evan relativi al presunto falso account, le risposte della sua manager Yuki e i commenti dei fan vengono cancellati dall'account twitter di Evan. Comunque troppo tardi.

E lastoria non finisce qui....voltate pagina...
Tutte le fonti indicano una sola cosa. Il commento che ha scatenato tutto è stato postato sul twitter ufficiale di Evan e da Evan, o chi per lui aggiorna il suo twitter. Non c'è neanche la possibilità di parlare di una svista o di un "incidente". La risposta a TahitianFantasy arriva 5 giorni dopo che il commento è stato postato, quindi per dare quella risposta Evan deve aver letto tutti i commenti arrivati e aver scelto di rispondere proprio a quel commento. La risposta "il verdetto non è ancora stato emesso" rimane online più di 12 ore nonostante le proteste dei followers di Evan. Ancora più grave, da un punto di vista di netiquette, la risposta rimane online mentre Evan continua tranquillamente a twitterare di altro, del compleanno di un amico, di un nuovo gioco, di un pranzo succulento. Mentre il mondo digitale si indigna, nel mondo reale la vita di Evan prosegue, come se niente fosse. Del resto la storia del fake account su twitter dovrebbe aver risolto la cosa, o no? E' quello che sembra pensare anche la sua agente Yuki che riposta il commento di Evan riguardo all'account falso nel tentativo di far girare la voce che il commento offenivo su Johnny Weir non è stato in alcun modo postato dal suo cliente. Peccato che dopo che la rete si muove per dimostrare che il commento si trova in effetti sull'account ufficiale di Evan, Yuki cancella dal suo twitter tutti i post relativi al fake account, Evan fa anche di più, cancellando tutti gli ultimi tweet, giusto per sicurezza. La Rete però è vischiosa e grazie a uno screen cap preso dal google reader di un anonimo utente è chiaro a tutti che sia Evan che Yuki sono coinvolti nella faccenda


In più il famoso proprietario del fake account @Evan Iysacek, ora rinominato @notevanidiot, si distanzia più volte dalle posizioni espresse da Lysacek nel suo blog verso Weir. "Sono estremamente deluso dal mio alter ego reale" commenta "Nessuno dovrebbe fare un commento del genere. Io, il falso Evan, prometto di essere meglio di quello vero". La rete plaude l'Evan virtuale e il suo twitter acquista centinaia di nuovi followers in segno di supporto.

In sostanza Evan esprime pubblicamente sul suo twitter un commento offensivo che mette in questione la natura sessuale del suo compagno di squadra Johnny Weir, saltando così sul treno del "gender-test" che era già rovinosamente deragliato alle Olimpiadi di Vancouver (vedi qualche post più sotto). Non solo non si scusa, ma tenta di incolpare un falso account, e quando i nativi della rete provano senza ombra di dubbio che il commento proviene dal suo account ufficiale si limita a cancellarlo fingendo che non sia successo nulla. Il problema è che twitter è una sorta di diario in tempo reale e quello dei personaggi pubblii è spesso...pubblico, perciò molti hanno visto il commento comparire in tempo reale sull'account di Evan e hanno le screen caps che lo provano. Il fatto che Evan continui a incolpare famigerati "cattivi Evan virtuali" o finga che quel commento non sia mai esistito prova non solo quanto sia poco funzionale la sua strategia di contenimento dei danni, ma anche che non ha idea di come DAVVERO funzioni twitter o forse spera solo che i suoi fan non sappiano come funziona.
Come spesso accade però i fan dimostrano di essere una delle categorie di persone più attente al funzionamento delle nuove tecnologie e più abili nell'usarle a proprio vantaggio.
L'intera controversia si è gonfiata a dismisura proprio perché il comportamento di Lysacek ha implicitamente sfidato i followers del suo twitter trattandoli come dei conoscitori superficiali del mezzo. E' proprio la sfida all'intelligenza dei suoi stessi fan che ha scatenato un'operazione investigativa di cui Grissom (CSI) sarebbe orgoglioso.

A questo punto scatta una seconda strategia di contenimento, altrettanto prevedibile e poco efficacie.
Non pago di quello che ha già sollevato, Lysacek mette in giro nuova polvere, lamentandosi che il suo account twitter deve essere PER FORZA stato violato da un hacker che, guarda caso, ha deciso di inserire proprio un commento offensivo sul suo "acerrimo rivale" Johnny Weir.


Per aggiungere beffa al danno, Evan cancella tutti i post fatti da Aprile in poi sul suo twitter, affermando in seguito che è fino da aprile che il suo account twitter è stato "infettato" da un hacker. Peccato che le stesse informazioni apparentemente "infettate" da un hacker sull'account twitter sono state postate simultaneamente e identiche sulla pagina ufficiale facebook di Lysacek e da li non sono state cancellate. Ancora una volta Lysacek e il suo team sembrano presupporre che i fan dell'atleta non abbiano dimestichezza con i social network e non possano accorgersi che la pagina facebook e il twitter fossero sincronizzati per riportare le stesse notizie nello stesso momento. Come hanno già dimostrato, però, i fan reagiscono postando altri screen caps della pagina facebook che dimostrano come la teoria dell'hacker non regga, a meno che non si sostenga che anche la pagina facebook dell'atleta è stata hackerata.
Probabilmente soverchiato dal momento, Lysacek fa un altro errore "di rete", posta erroneamente in versione "pubblica alcuni twitter che dovevano essere privati. In sostanza si dice a questo punto sorpreso e sconvolto che si sia sollevato tutto questo polverone per una sciocchezza del genere. Afferma di non voler perdere il suo tempo a parlare o commentare Johnny Weir e che non gliene può fregare di meno del suo genere sessuale...


La cosa non passa inosservata, vengono fatte nuove screen caps dell'account twitter, ormai ovviamente monitorato con interesse anche da chi non è tra i fan di Evan, e il comportamento dell'atleta viene nuovamente rimproverato. Sommerso da una nuova ondata di critiche digitali,
Lysacek decide infine di scusarsi pubblicamente con Johnny Weir, sempre tramite twitter.
"Le mie scuse a Johnny Weir. Sto prendendo tutte le misure per fare in modo che una cosa del genere non accada mai più. Il commento era privo di tatto, crudele e offensivo. Non potrò mai scusarmi abbastanza con Johnny e i suoi fan". Nessuna menzione dell'hacker o del falso account. Ma anche nessuna ammissione di responsabilità. Nessuna prova "indipendente" è stata portata a sostanziare il fatto che l'account di Lysacek sia in effetti stato infettato. Se poi l'atleta aveva così a cuore di scusarsi avrebbe potuto farlo dall'inizio, ma è chiaro che non si aspettava una risposta di tali proporzioni. Ancora una volta Lysacek e il suo team dimostrano di non comprendere le regole dei social network e della netiquette.

Ma proviamo a guardare il tutto da una giusta distanza per capire come questo Twitter incident può illuminarci sulle dinamiche che influiscono sulla reputazione virtuale di un personaggio pubblico.
Una prima regola che si evince dal twitter incident di Evan è che in Rete la tempistica è essenziale. E in una crisi comunicativa che si consuma in Rete il tempo conta più che in altri media. Ecco perché tutti i post di Evan successivi al commento incriminato, benché pochi in numero, assumono un peso sproporzionato. Il fatto che Evan non intervenga subito per riconoscere la crisi comunicativa, ma perda tempo a parlare d'altro, rende il commento sgradevole ancora più evidente. Il fatto che Evan non riconosca immediatamente la gravità commento fa apparire tutte le strategie messe in atto per contenere il danno poco sincere.
Le parole digitate sono più pesanti di quelle scritte o dette. Questo perché sono molto, molto più facili da far girare. Basta un click e il tuo commento negativo sarà ripostato su centinaia di altri account twitter. Uno screen cap e non ci sarà modo di negare di aver usato proprio quelle parole e non altre, in quel contesto e non in altri. Per questo ancora più importanti sono le parole che si usano dopo che si è commesso un errore comunicativo.
La presa di responsabilità è essenziale per gestire una situazione di questo genere. Tutte le strategie di distanziamento sono disfunzioniali per un motivo semplicissimo: l'account twitter o facebook di un personaggio pubblico si basano su un tacito patto di fiducia stipulato tra il personaggio e i suoi fan. Il personaggio pubblico assicura di postare i suoi veri pensieri e informazioni affidabili sul suo account, la "verifica" dell'account viaggia in questa direzione stigmatizzando tutti coloro che tentano di imitare la voce digitale del personaggio, d'altra parte i suoi fan si iscrivono all'account in segno di sostegno e si fidano che chi sta postando i suoi commenti sull'account è proprio l'oggetto della loro affezione. Nel momento in cui si posta qualcosa di sgradevole sull'account di un personaggio pubblico cercare di convincere i suoi fan che quella che hanno "sentito" (o meglio visto in tempo reale) non è la sua voce rompe questo patt di fiducia. Quali sono allora i post veri e quali quelli falsi? La scelta di Lysacek di cancellare interi mesi di post per "nascondere" un solo commento sgradevole mette in dubbio la veridicità totale del suo account. Senza contare che questa cancellazione viene dopo un tentativo di allontanare da sé la responsabilità del commento attribuendolo ad altri, ma proprio i fan più vicini, quelli che andrebbero coltivati, sono quelli che hanno visto il commento digitato in tempo reale sull'account e che si sentono traditi nel momento in cui viene loro detto che non hanno visto quello che hanno visto.
Rispetto poi ha un documento che può essere bruciato o a una conversazione che si può negare di aver avuto, internet fornisce ai suoi frequentatori degli strumenti flessibili e agili per conservare le prove degli scambi comunicativi avvenuti. Inutile dunque la strategia che mira a cancellare e ignorare l'accaduto. Nei social network il silenzio fa più rumore delle parole, proprio perché è meno frequente. Questo sia in senso negativo (vedi il caso Lysacek) sia in senso positivo. In questo esempio Johnny Weir ha scelto la strategia ottimale, quella del silenzio, appunto, dimostrando di essere al di sopra e al di fuori della questione. Va detto però che il suo silenzio è potuto essere interpretato in modo positivo solo perché lo stesso atleta aveva già rilasciato delle dichiarazioni pubbliche rispetto alla qeustione del gender e alla sua posizione in merito, nel corso delle Olimpiadi. In questo senso una buona strategia di PR usata precedentemente è servita da base per quella successiva.
Un vecchio detto dice prima pensa, poi parla. Nel caso di twitter si potrebbe dire, prima scusati, poi pensa, poi parla di nuovo. Il commento sgradevole, che sia frutto di una svista, di una leggerezza o di un hackeraggio, deve essere immediatamente riconosciuto come tale, più si aspetta a scusarsi, più le scuse e le successive azioni appariranno false e fuori luogo.

E in conclusione l'ultimo comandamento....non twitterare invano

E se volete altre fonti sul twitter incident...eccole:
Olympic Gold Medalist shows his true color
Popcorn.gif
Evan Lysacek twitter his homofobia
Evan's attempts at retconning
Disco-ball dresses and spandex
Continua...Read more!