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mercoledì 8 agosto 2012

"Un uomo solo è al comando"



§Eroi e antieroi§

Delusione. Condanna. Giudizio. Ironia. Dolore. Si mescolano nelle parole lanciate in Rete subito dopo che la notizia viene battuta dall'ANSA e ripresa da tutti i quotidiani italiani e stranieri.
All'improvviso la faccia pulita e sorridente di Alex Schwazer, non a caso scelta per pubblicizzare una celebre merendina "sana e genuina", diventa testimonial di un prodotto altrettanto celebre e probabilmente ancora più diffuso. L'Epo.
E mentre i giornali pubblicano infinite statistiche e ripercorrono le vite parallele di altre medaglie sciolte nell'acido del doping, a me viene in mente una serata a Helsinki.
Rivedo il sorriso bianchissimo di un uomo con la faccia da ragazzo e la battuta pronta. Ricordo distintamente i commenti lusinghieri che lo circondavano, le braccia e le mani che lo cercavano desiderose di sfiorare qualcuno che profumava di vittoria.
Alex era ancora sul tetto del mondo quella notte, e non si stava neanche festeggiando la sua gara. Lui era li come fidanzato di Carolina, lei che neanche era troppo in vena di festeggiamenti dato che l'oro a portata di mano le era sfuggito per una prestazione opaca, eppure era scesa lo stesso a binrindare insieme agli altri, la testa alta e il sorriso sulle labbra nonostante tutto. Alex al suo fianco, in disparte ma pronto a distogliere l'attenzione da lei, se questa fosse diventata un peso.
Io ero li insieme allo storico inossidabile gruppo degli amici di Baby e Mauri, Fusar-Poli Margaglio, i grandi campioni che neanche gareggiavano quella sera. Quella sera si faceva festa alle inattese ma fortemente volute medaglie di Faiella Scali nella danza e Contesti nell'artistico.
I flash si susseguivano, ma non per Alex. Lui stava sullo sfondo. E noi con lui.
"E a noi nessuno chiede una foto? Dai una foto degli imbucati alla festa!" ricordo che avevamo scherzato e ci eravamo fatti una foto insieme mentre continuavamo a ridere e lui continuava a fare battute anche mentre l'obiettivo scattava. Quegli impossibili occhiali da sole a cuore appesi al maglione.

E' proprio simpatico. Avevamo commentato. Un ragazzo solare. Aveva chiosato qualcun altro.
Era solo il 2009 eppure sembra essersi aperto un abisso tra l'allora e l'ora.
Tutti amavano Alex allora.
Ora su Internet si moltiplicano le parodie impietose che trasformano l'atleta in caricatura, usando tutto quello che l'uomo ha detto e fatto per scrivere una storia diversa, da leggersi sotto la nuova luce gettata dalle sue ultime dichiarazioni "ho sbagliato io, la mia carriera è finita".
Molti parlano di "traditore olimpico", altri si preoccupano delle conseguenze che il gesto "di uno solo" avrà su tutti, altri ancora si vantano della rapidità con cui la "punizione esemplare" è stata assegnata al traditore solitario.
In tutte le dichiarazioni, le accuse, le frasi deluse si parla sempre di uno solo. Alex Schwazer. Lo stesso Alex Schwazer dice "ho fatto tutto da solo".
Solo. Appunto.
Proprio su questa parola si dovrebbe mettere l'accento.
Perché se è vero che la solitudine è connaturata al maratoneta e come diceva Calvino "anche questo è un vantaggio del correre rispetto agli altri sport, ognuno va per conto suo e non ha da rendere conto agli altri", è vero anche che un atleta olimpico non è davvero solo.
Dietro di lui c'è un entourage fatto di allenatori, preparatori, sponsor, medici e più in alto c'è una federazione e più in alto ancora un comitato olimpico nazionale e via ancora come in un gioco di scatole cinesi di cui non si vede la fine.
Eppure Alex Schwazer è rimasto solo. Ha fatto tutto da solo.
E mentre il CONI proclama la propria efficienza nell'escludere l'atleta dalla squadra olimpica, nonostante i controlli anti-doping siano stati opera dell'Agenzia mondiale WADA lasciando ben poco margine di scelta al nostro comitato e alla nostra federazione, alcune voci fuori dal coro si chiedono "come sia possibile che l'atleta di punta della nazionale di atletica sia sfuggito di mano a una federazione che tutto puntava su di lui" (gazzetta dello sport) e se quello di Schwazer non diventerà l'ennesimo "alibi Olimpico" (Espresso). «Lo avevo detto. Meglio vincere meno medaglie ma essere puliti», ha commentato infatti Petrucci. Della serie: è vero abbiamo vinto poco, ma non è perché a differenza di altre nazioni noi investiamo poco o abbiamo fatto errori nella preparazione dei nostri atleti, è perché noi siamo puliti, facciamo controlli più severi e i "cattivi" li becchiamo e li escludiamo al volo.
E così come in ogni favola che si rispetti abbiamo il nostro lieto fine. Il cattivo è stato scoperto e punito. Si chiama Alex Schwazer. Ed è il solo.
Solo ad affrontare la condanna generale. Che grazie all'immediatezza garantita dai social network è quanto mai rapida, diffusa e impietosa. Basta fare una visita ai suoi account ufficiali per rendersene conto.
Solo a scegliere il doping.
Solo.
E' questa la parola chiave della vicenda.
Una parola che dovrebbe allarmare, invece di tranquillizzare gli animi.
Una parola che sembra aver compreso fino in fondo solo suo padre Josef Schwazer, quando dichiara "psicologicamente non reggeva piu. Si era chiuso in se stesso. Si allenava da solo. Spero di poter rimediare agli errori che ho fatto con lui. Ripeto, la colpa è mia. Nei momenti difficili serve un padre che riesca a stare vicino a un figlio. Per questo chiedo perdono ad Alex. Tireremo avanti".
Una lettura della situazione lucida, impietosa. Alex è stato lasciato solo a correre la sua gara contro se stesso, contro l'immagine vincente che gli era stata appiccicata addosso.
Solo.  
Vorrei essere tra quelli che riesce a credere che Alex Schwazer sia davvero "il solo" cattivo di questa favola. Un caso isolato, appunto.
Ma per ora riesco solo a credere che Alex è stato il solo atleta, che io ricordi, che ha riconosciuto subito il suo errore, senza se e senza ma.
«So di aver sbagliato, la mia carriera è finita. Meglio che non mi chieda come sto, ho sbagliato... Volevo essere più forte per questa Olimpiade, ho sbagliato». «Ho fatto tutto da solo e di testa mia - prosegue nella sua dichiarazione l'atleta azzurro - e dunque mi assumo tutte le responsabilità per quello che è successo». Poi, la conclusione: «La mia vita nell'atletica è finita oggi».
Di questo però in pochi parlano. Anzi Didoni, lo stesso allenatore che lo avrebbe seguito passo passo sacrificando anche la sua famiglia per lui, ma incredibilmente senza accorgersi della fragilità del suo atleta di punta (e ha ragione allora Didoni a dire che "forse devo cambiare mestiere"), accusa Alex Schwazer di essere "puerile" proprio perché afferma di volersi "prendere tutte le responsabilità".
"Il suo gesto individuale ricadrà su tanti" spiega Didoni con tono accusatorio.
Io spero solo che sia vero.
Perché se Alex Schwazer è davvero stato lasciato solo o tale si è sentito nella lunga preparazione alle Olimpiadi, tanto solo da vedere nel doping l'unica possibilità di colmare il vuoto che si allargava dentro e intorno a lui, questa solitudine è il frutto dell'opera (o piuttosto della mancanza d'opera) di tanti.
Se Alex Schwazer è rimasto "un uomo solo al comando" nella gara più importante, quella della vita, dopo le accuse, le recriminazioni e le parole deluse, qualche domanda bisognerà pur farsela.
E se davvero vogliamo cambiare qualcosa, se davvero vogliamo che questa ennesima vicenda serva a qualcosa, non potrà essere Alex Schwazer il solo a farsi un esame di coscienza.
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venerdì 15 aprile 2011

Quando l'uomo è il messaggio

§Eroi e antieroi§

Nel 2009 Vittorio Arrigoni è stato tra i vincitori del Premio Marconi assegnato ogni anno ai migliori "comunicatori" a livello nazionale e internazionale. Al momento della consegna del premio si trovava a Gaza, molte altre volte, e tentava inutilmente, come molte altre volte, di rientrare in Italia.

Il pubblico era particolarmente variegato quell'anno, come lo erano gli intenti e i profili dei progetti premiati, eppure mi ricordo un comune silenzio di fronte al videomessaggio che Vittorio aveva fatto arrivare da Gaza e che apriva uno squarcio su quello che stava accadendo intorno a lui. Qualcosa che nonostante la distanza ci riguardava.
Con gli occhi ancora pieni di quelle immagini avevamo intravisto la mamma di Vittorio salire sul palco a ritirare il premio a nome di suo figlio, l'avevamo ascoltata ringraziare, ma soprattutto l'avevamo sentita pronunciare parole semplici e dirette "spero di vedere presto tornare mio figlio". Una mamma tra le mamme che aspettano, giorno dopo giorno, di ricevere un messaggio che dia la forza di continuare a sperare che qualcosa cambi in meglio e presto.

Per noi esterni, salvi dal dolore e dall'orrore vuoto dell'attesa, era chiaro che Vittorio era quel messaggio.
I suoi racconti da Gaza, voce ferma e alta sopra gli spari, i crolli, le grida, raccontavano che il mondo poteva e doveva essere diverso. Che si poteva e si doveva cambiare.
Restiamo umani. Era l'adagio con cui "firmava" i suoi videoraccnti per il Manifesto e il suo blog. Più importante di trasmettere il suo nome, la sua presenza, era per lui trasmettere quel messaggio.
Ma lui era quel messaggio. Perché se poteva restare umano lui, in mezzo a tante cose disumane, chi lo sentiva raccontare di quelle cose disumane aveva il dovere di restare umano. Di ricordarsi della natura dell'uomo che va oltre "i confini, le barriere, le bandiere, perché apparteniamo tutti indipendentemente dalle latitudini, dalle longitudini, a una stessa famiglia che è la famiglia umana".
E quando l'uomo è il messaggio puoi solo ringraziare di averlo incontrato sulla tua strada.
Restiamo umani, Vittorio.
Restiamo umani.
Ascolta la voce di Vittorio da Gaza. Leggi il libro Restiamo Umani. Continua...Read more!

giovedì 30 dicembre 2010

Boney M canta Anna dai capelli rossi

§Eroi e antieroi§
Leggendo il giornale della mattina uno dei titoli era "Daddy Cool" è morto.
Un titolo perfetto giornalisticamente parlando. Breve, incisivo, dà la notizia ed è pure ironico.
Un po' come "Figlio uccide madre schizofrenica"
Di nuovo un titolo breve ed esaustivo.
Giornalisticamente parlando.
Ma umanamente cosa ci lascia?
LA notizia resta: il cantante dei Boney M ha smesso di cantare su questa terra per andare a ballare e scatenrarsi da un'altra parte.
Ammetto che quando mi hanno detto è morto il cantante dei Boney M la mia reazione è stata...Boney M chi?

Per farmi ricordare il gruppo mi hanno fatto vedere questo video:
Rivers of Babylon

Ancora non avevo in mente l'immagine dei Boney M quello che mi era chiaro però che evidentemente l'avevano in mente i compositori della sigla di Anna dai capelli rossi perché è IDENTICA.

Provate a cliccare qui per credere!

Un omaggio voluto?

Intanto per ricordare degnamente, ovvero con il gusto iper pop che li distingueva, i Boney M girate pagina...

. e riascoltate la loro canzone più famosa
Daddy cool in una recentissima esibizione ai migliori anni...
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mercoledì 22 dicembre 2010

Uccidimi, per favore

§Eroi e antieroi§
Grazie (si fa per dire) al decreto "mille proroghe" presto i biglietti dei cinema saranno più cari. Per la precisione il biglietto medio salirà a 8,50 €, che passerebbero a 11 € in caso di proiezioni in 3D. Il diritto di prenotazione per chi sceglie di assicurarsi un posto in sala aggiunge un ulteriore euro.

Eppure ci sono film che varranno comunque il prezzo di questi biglietti "maggiorati".
Uno di questi è Kill me please diretto da Olias Barco, e con Aurélien Recoing, Benoît Poelvoorde, Muriel Bersy, Nicolas Buysse e Ingrid Heiderscheidt.


Fotografia sgranata ma con un bianco e nero luminoso. Tono sempre in bilico tra il caustico e il commovente.
Con un tocco "sporco" e senza facili moralismi, Barco racconta la morte e i suoi tabù. In particolare uno fra tutti. Il suicidio.
E lo fa attraverso la storia di un uomo che si intreccia con quella di molti altri, la storia del Dottor Kruger, direttore di una clinica più segreta di un fight club, perché rintracciabile solo su Internet e sperduta in mezzo a montagne gelide di neve. Una clinica odiata e disprezzata eppure sovvenzionata dal governo Belga.
Perché nonostante la sua natura grottesca, questa clinica che offre assistenza ad aspiranti suicidi, senza cercare di convincerli a tutti costi a vivere, ma anzi garantendo loro una morte dignitosa, contribuisce a contenere uno dei grandi costi che lo stato deve affrontare: il costo dei suicidi. Appunto.
Secondo uno studio canadese ogni suicidio costa allo stato 850,000 dollari. Moltiplicate questa cifra per 1 milione di suicidi, ogni anno e avrete la facile risposta alla domanda spontanea "come è possibile che il governo finanzi una clinica che aiuta chi ha deciso di farla finita?"
Secondo il Dottor Kruger, anche il diritto alla morte un giorno sarà sancito dalla Costituzione. Nel frattempo lui anticipa i tempi.

La cosa interessante è che non è semplicemente una clinica di morte. Kruger e i suoi collaboratori studiano attentamente le molle dell'autodistruzione nella speranza un giorno di imparare come non farle scattare o come premere i tasti giusti per controllarle. Con onestà intellettuale però prevedono la sconfitta e dunque promettono di garantire ai loro "pazienti" visitatori una morte assistita e dignitosa.

La Archibald Enterprise Film ha deciso coraggiosamente di distribuire il film in Italia che uscirà forse il 14 gennaio 2011.
Che dire. Non vedo l'ora di spendere i miei soldi per vederlo nella versione italiana.

E se volete vedere il trailer, voltate pagina!
Ecco alcune scene di Kill me please Continua...Read more!

lunedì 20 dicembre 2010

Ringrazia Dio (o chi per lui) per tutta la roba che hai...

§Eroi e antieroi§
...E non perderti il meraviglioso regalo di Natale che John Snellinberg, ovvero un collettivo di giovani toscani che si diverte seriamente a fare film indipendenti, ha fatto agli assidui frequentatori del sito ufficiale
di cui ovviamente faccio orgogliosamente parte...
E mi verrebbe quasi da fare una promozione gratuita...

Dopo lo straordinario successo di
La banda del Brasiliano (dall'8 giugno disponibile anche in DVD)
poco dopo il controverso
Gioventù, droga e violenza: la polizia interviene
ma subito prima del nuovo e misterioso progetto "in lavorazione"
John Snellinberg (immagine indisponibile come quella di Assange)
torna con
John Snellinberg's Christmas Carol
un'opera capace di intrecciare Dickens e Kafka e regalarci un Natale caustico alla Cohen ma pieno di speranza alla Nichols irriverente stile Horby ma d'autore stile francese.
Sugli schermi dei vostri protatili.
Ora.
Cliccando qui.

Buon pre-natale.
E naturalmente...
ringraziate Dio (o chi per lui) per tutta la roba che avete...

E se volete una chicca musicale girate pagina! Ed ecco Pucino, il ridente e irridente promo dell'album “The Importance of Maracas in the Modern Age” (Acid Cobra / Audioglobe) Continua...Read more!

martedì 7 settembre 2010

I'm still here...per davvero?

§Eroi e antieroi§

Che sia vero o falso questo è uno degli esperimenti più interessanti degli ultimi anni, documentaristicamente parlando. Presentato alla mostra del cinema di Venezia 2010, I'm still here (regia di Casey Affleck), racconta "l'anno perduto di Joaquin Phoenix", secondo il sottotitolo ufficiale.

Attore più volte nominato agli Oscar, acclamato da critica e pubblico, nel 2008 e nel bel mezzo del tour promozionale per il suo ultimo successo, Two lovers, Joaquin annuncia il suo ritiro dalle scene. Tutti pensano a un gigantesco scherzo. Ehi, Ashton Kutcher salta fuori da dietro quel paravento! La cosa sembra ancora più assurda quando Joaquin, il bel volto ormai completamente nascosto da un fluente barbone e gli occhi blu oscurati dagli ormai onnipresenti occhiali da sole, afferma di volersi rilanciare come artista hip hop. Seguono una serie di interviste "al limite", tra cui quella con David Letterman che conclude con la celebre chiosa "Joaquin, mi spiace che tu non sia potuto venire stasera". Pubblico e giornalisti sono costantemente in bilico tra l'angosciosa sensazione che una tragedia umana si sta consumando in diretta televisiva e l'incredulità che vuole sciogliersi in una risata liberatoria. Una risata che non riesce mai a scoppiare completamente, perché Joaquin non lascia mai cadere la sua maschera di tormento e disagio. Mai. In un anno intero. Mentre i mesi passano e quelle che ormai vengono definite "le follie di Joaquin" si susseguono, la risata liberatoria che tutti si attendono tarda ad arrivare, ma nessuno vuole credere che non arriverà mai. Perchè è ovvio che quando finalmente Joaquin si deciderà a rasarsi e togliersi quegli occhiali scuri per guardare il suo pubblico nel profondo, come solo lui sa fare, per poi strizzare l'occhio divertito, perché sì, questa è stata la mia migliore interpretazione e vi ho portato tutti con me in questo viaggio, altro che Oscar, scoppieremo a ridere tutti insieme, lui con noi, noi con lui. Perché questa è Hollywood baby. O no?
Nel 2009 finalmente qualcosa di rassicurante. Casey Affleck, fratello del più celebre Ben che l'ha diretto nello struggente Gone baby Gone, annuncia il suo primo film da regista: un documentario che segue passo passo la vita di suo cognato Joaquin Phoenix, dopo l'annuncio del suo ritiro dalle scene e nei suoi fallimentari tentativi di diventare un artista hip hop.
"Non voglio più interpretare il personaggio di Joaquin" commenterà l'attore e "la mia vita sta diventando un film su me che non voglio fare un film". E a commento delle sue disastrose escursioni nel mondo dell'hip hop "Il sogno è troppo grande o è solo il sogno sbagliato?"

Vero, falso. Documentario o mokumentario. Pubblica e critica sono divisi. Forse la crisi di Joaquin è reale, forse è la più grande prova d'attore mai data dopo Greta Garbo, certo è che questo film apre una serie di domande ma lascia al suo pubblico l'onere di cercare delle risposte.
Una crisi personale è vera se si dipana di fronte all'obiettivo di una telecamera, pubblicamente? Joaquin ha vissuto quest'anno realmente o le telecamere che lo hanno seguito ovunque hanno reso finto ogni suo gesto? Un attore è mai davvero se steso davanti alle telecamere? Fino a che punto si può parlare di verità brutali e quando invece si oltrepassa la soglia dell'esibizionismo? E soprattutto Joaquin Phoenix è davvero ancora qui con noi?
Dopo la fine delle riprese i suoi gesti e le sue giornate sono stati inghiottiti nel nulla dell'anonimato di una vita lontana dai riflettori, siano essi quelli di un palcoscenico o di un set. Alla conferenza stampa dedicata al film l'assenza di Joaquin è suonata come una nota stonata, o forse come la prova definitiva che sì, tutto quello che abbiamo visto nel film è vero. O forse, come urla Joaquin in una delle scene del documentario, arrampicato sulla cima di un albero, subito dopo la sua disastrosa performance al David Letterman Show, "Sono destinato a essere un dannato scherzo da qui all'eternità". E noi con lui.
Ed ecco il trailer. Continua...Read more!

domenica 20 gennaio 2008

Addio a Jinzo Toriumi che ha dato un'anima ai Ninja

§Eroi e antieroi§

Sono sicura che nella vostra infanzia/adolescenza avete visto almeno una di queste serie:

タイムボカンシリーズ ヤッターマン
(Time Bokan Series: Yattaman)
ovvero
Yattaman, Calendar man e le altre serie delle macchine del tempo Bokan

...dovreste averla intravista su Rete 4 nel 1983 oppure sulle tv locali...

Oppure...forse vi è capitato di vedere
宇宙の騎士テッカマン Uchu no Kishi Tekkaman (da noi Tekkaman) su qualche tv locale.

Per i nostalgici, ma soprattutto per la mia super-coinquilina...
la sigla di Yattaman!



Hurricane Polymar - Hurricane Polymer - Hariken Polymer (da noi Hurricane Polimar) sempre su Rete 4 nel 1981.
Shinzo ningen Casharn (da noi Kyashan il ragazzo androide) sempre sulle tv locali.

Tutti anime figli di un periodo in cui la casa di produzione Tatsunoko prendeva spunto dai supereroi americani, adattandoli alla cultura nipponica con insperato successo.

Oppure Kagaku Ninjatai Gatchaman Fighters (Gruppo Scientifico Ninja Guerrieri Gatchaman) da noi semplicemente La Battaglia dei Pianeti...



Alzi la mano chi non ha mai gridato nel cortile della scuola "Ken, l'aquila! Joey, il condor! Pretty Jane, il cigno! Ryu, il gufo! Jimpy, la rondine!"
Ok abbassate pure le mani...

Per chi non la conosce diciamo che è la serie che per prima ha introdotto l'Action Team, ovvero il gruppo di 5 eroi (vs eroe solitario) composto di solito dal "Capitano coraggioso", bello, buono, noioso ehm...intelligente, dal "bello e dannato", forte come il capo ma più scontroso e di solito sarcastico (ovviamente il mio preferito...) la "Principessa", ragazza bella, intelligente, pura, il "Ciccio", ingenuo, goffo, ma d'animo buono e fortissimo (vedi "La cosa" dei Fantastici Quattro) e infine "la matricola", ragazzino inesperto della vita ma espertissimo di tecnologie e computer.
Da sinistra: Ken, Jun, Ryu, Jinpei, Dr. Nambu and Joe


Dopo i Gatchaman la squadra a 5 è diventata un must in tutte le serie di genere supereroistico...vedi anche i Robot componibili...

Queste sono solo alcune delle serie sceneggiate dal grandissimo Jinzo Toriumi così come l'Action Team è solo una delle sue geniali trovate. Del resto uno che ha mosso i suoi primi passi nel mondo di anime e manga al fianco del grande maestro Osamu Tezuka aiutandolo a realizzare quella pietra miliare dell'animazione seriale che è Tetsuwan Atom (Astro Boy), non poteva che essere destinato alla grandezza.

Jinzo ha lasciato il mondo dell'animazione. Un mondo che da oggi sarà un po' più vuoto, certo meno divertente.

Nel mio cuore rimarrà sempre la sua opera forse più sottovalutata (soprattutto in Italia).
鎧伝サムライトルーパー (Yoroiden Samurai Trooper)
Legendary Armor Samurai Troopers
Les Samouraïs de l'Eternel

Samurai Warriors
الأسطوري للدروع القوات السامرائي


Insomma...I cinque Samurai! Potete averli visti come me la prima volta nell'aprile del 1990 su Italia 7 oppure più tardi sulla defunta TMC o magari su Telenorba...
Anche qui torna l'idea della squadra di cinque eroi, ma Toriumi la gioca questa volta in modo diverso. Non più cinque "tipi" fisici e caratteriali, ma cinque incarnazioni di altrettante virtù.
Rio, con l’armatura Vampa, dotata della virtù Giustizia (Altruismo nella versione originale giapponese), Sami con l’armatura Nimbo con la virtù della Sensibilità (Cortesia), Simo con l’armatura Torrente e la virtù della Fiducia, Shido, con Diamante e la virtù della Determinazione (Giustizia), ed infine Kimo, che indossa l’armatura Etere, dotata della virtù della Saggezza.L'altra novità è il fatto che anche gli avversari (in questo caso veri e propri antieroi) sono una "squadra" (anche se sono quattro e non cinque) e incarnano altrettante virtù!
Demon, ha l’armatura Metallo, che simboleggia la Fedeltà (Lealtà), Kratos, indossa Oscurità, dotata della virtù della Franchezza (Obbedienza), Rasta ha l’armatura Legno che rappresenta la Tenacia (Sopportazione), ed infine Krana, indossa Veleno, l’armatura dotata della virtù della Clemenza (Rispetto).

Ma il vero colpo di genio è che in realtà tutto le armature sono i nove pezzi di un'antica unica armatura appartenuta non a un eroe, ma a un uomo malvagio e corrotto, Arago, che l'aveva usata per conquistare il mondo e sottometterlo al suo regno di terrore. Sconfitto dal monaco Ariel, Arago riuscì a conservare solo l'elmo, perdendo il resto della leggendaria corazza destinata poi a finire divisa tra i cinque eroi e i quattro antieroi.
Le nove armature create da Ariel a partire dai pezzi dell'armatura di Arago rappresentano le nove virtù del Confucianesimo o Bushido (la via del Samurai).
In più le cinque armature degli eroi, simboleggiano i cinque elementi naturali, Fuoco, Luce, Acqua, Terra e Cielo. Mentre le quattro armature dei Demoni Generali, simboleggiano le quattro stagioni, Primavera, Inverno, Estate e Autunno.

La trama è altrettanto complessa e Toriumi intreccia i percorsi degli eroi e degli antieroi fino a ottenere un tessuto così fitto e variegato che diventa difficile distinguere il bene dal male, tanto più che tra colpi di scena e sacrifici inaspettati non sono pochi i personaggi che cambieranno schieramento nel corso della serie.

E ora per tutti gli appassionati la mitica sigla!!

E su queste note mando il mio saluto al maestro Toriumi che sono sicura, continuerà a scrivere storie incredibili anche dov'è adesso.

Bax
Saki Continua...Read more!

venerdì 18 gennaio 2008

Scacco matto al re Bobby Fischer

§Eroi e antieroi§

Bobby ha sempre giocato a scacchi. Ha cominciato a 6 anni e non ha più smesso.
Proprio per la giovane età in cui ha cominciato a giocare dicono che Bobby non ha avuto maestri. Era sostanzialmente un campione autodidatta.

Foto scattata dalla fam. Forstenaicher e pubblicata sul web da Rodolfo Pozzi - Bobby Fisher a "lezione" da Karl Forstenaicher, 1954

Come tutti i geni a scuola Bobby era un problema. Non era un problema di sostanza, dato che aveva il più altro "Qi" mai misurato nella storia moderna. Era un problema di forma: Bobby arrivava dalla California e non era abituato a portare la camicia, non sopportava di vestirsi come gli altri.
Gli insuccessi scolastici non lo turbano più di tanto.

A 15 diventa il più giovane Gran Maestro di scacchi di sempre.
Nel 1972, a soli 29 anni, viene invitato a Reykyavik per disputare una partita in cui è in paglio il titolo mondiale. Il suo avversario è il russo Spassky, detentore del titolo. L'incontro non è neanche stato confermato e già viene definito il match del secolo. Siamo ancora in piena Guerra Fredda.

Appena arrivato Bobby offende gli islandesi, definendo l'Islanda inadeguata per l'evento perché non ha un bowling. Poi si lamenta di tutto: delle telecamere, delle luci, del tavolo, delle sedie. Viene definito dalla stampa squilibrato e paranoico e accetta di giocare solo dopo che un miliardario inglese raddoppia il premio partita, portandolo a 250 mila dollari.
Una delle sue assurde richieste è di non avere telecamere che riprendano l'incontro.
Per fortuna qualcuno ha ignorato la sua richiesta e girato
QUESTO VIDEO amatoriale.

Bobby non vince l'incontro. Demolisce letteralmente il suo avversario. Tanto che Spassky dichiarerò:
"Quando giochi con Bobby, il problema non è vincere o perdere. Il problema è sopravvivere".

Diventa il Campione numero 11 in ordine di tempo. Ma lui sostiene che 11 significa primo due volte: 1 perché è arrivato primo e 1 perché è il primo campione del mondo non sovietico nella storia degli scacchi.


Eccentrico, sregolato, capriccioso.
Nel 1975 si vede privare del titolo mondiale perché si rifiuta di giocare un match contro Anatoly Karpov, organizzato senza il suo consenso dalla Federazione internazionale degli scacchi.

Da sempre sprezzante verso l'America e la sua politica.
Nel 1992 viene invitato dalla federazione Russa e da Slobodan Milosevic a giocare la rivincita con Spassky in Jugoslavia, premio in palio 3.5 milioni di dollari. Bobby allora riceve dalla giustizia americana una lettera di diffida a recarsi in Jugoslavia, paese sottoposto ad embargo e al divieto di viaggio ai cittadini americani. Ordine esecutivo firmato George Bush senior.
Bobby indice una conferenza stampa, sputa sulla lettera e va in Jugoslavia, vincendo per la seconda volta contro Spassky.
Il governo americano lo condanna a 10 anni di reclusione e emette contro di lui un mandato di cattura internazionale.

Bobby però sparisce nel nulla.

Alcuni lo danno per morto. Altri giurano di averlo visto in Ungheria, in Asia, nelle Filippine.
Ricercato dalle polizie di mezzo mondo, Bobby riesce comunque a depositare il brevetto di un nuovo tipo di segnatempo digitale per le partite.
Nel 1996 annuncia da Buenos Aires, una variante del gioco nota come Fischer Random Chess, che consiste nella possibilità del giocatore di scegliere la disposizione iniziale dei pezzi, evitando così di impararsi le aperture a memoria e rendendo il gioco più imprevedibile.
Il governo americano decide che se non può avere Fisher avrà quello che è di Fisher. Tra il 1998 e il 1999 tutti i suoi beni vengono confiscati e venduti all'asta.
Il 13 luglio 2004 Bobby ricompare all'aeroporto di Tokyo dove viene prima percosso e poi arrestato. Il suo passaporto americano viene dichiarato non valido. Ma Bobby ha un'ultima imprevedibile mossa a sua disposizione.
Dare scacco all'impero americano chiedendo asilo politico a un "Paese amico".
In modo ancora più imprevedibile è proprio l'Islanda, il Paese offeso, a rispondere.
Forse perché gli islandesi, popolo di saggi, avevano capito la vera natura di Bobby, in quel lontano incontro del 1972.
Volutamente sgradevole e immodesto nelle sortite ufficiali, quelli che l'hanno conosciuto fuori dalle scacchiere raccontano, al contrario, di un uomo molto timido, affabile e cortese con i propri interlocutori. Quando il lettone Mikhail Tal (l'unico giocatore che non riuscì mai a battere), anch'egli ex campione del mondo, si ammala gravemente, Bobby va ogni giorno al suo capezzale per discutere di scacchi, il suo modo di offrire amorevolmente conforto al rivale.

Certo Bobby Fisher era diverso. Diverso anche da quelli che più avrebbero dovuto assomigliargli. Gli altri campioni. Gli altri scacchisti. Gli altri.
Molti di loro hanno intrapreso carriere parallele, hanno avuto altri interessi oltre agli scacchi.
Bobby no. Lui pensava, respirava, mangiava, dormiva, viveva solo in funzione degli scacchi, 24 ore su 24, 365 giorni all'anno.

"Non so fare altro", ha sempre affermato con candore, prestando il fianco alle più fantasiose speculazioni sulla sua asocialità, sul suo autismo.
Ma sul campo di battaglia delle 64 case era davvero il più bravo di tutti.

Anche fisicamente Bobby era diverso dagli altri e in un certo senso si può dire che le sue "peculiarità" fisiche lo segnalassero già di primo acchito come uno nato per essere uno scacchista o un pianista. Mi riferisco in particolare ai suoi lunghissimi indici.

Foto scattata dalla fam. Forstenaicher e pubblicata sul web da Rodolfo Pozzi - Bobby Fisher al Manhattan Chess Club di New York, 1954

Chi lo ha visto giocare dal vivo conferma di essere rimasto con un'immagine indelebile nella mente: il movimento dei pezzi eseguito con straordinaria rapidità dalle dita musicali di Fischer.
E' questo che gli appassionati ricordano più di ogni altra cosa, più di ogni altro eccesso, sregolatezza, ossessione. Le mani di Bobby. Mani con un linguaggio proprio. Unico. Geniale.

Non lo vedremo più riemergere da uno dei suoi misteriosi ritiri pronto a stupirci con una delle sue mosse a sorpresa.
Ma chi ha amato il suo gioco e il suo genio, più forti e più grandi anche del piccolo uomo che era, non smetterà mai di vederlo giocare.

18 gennaio 2008
Bobby ha concluso oggi la sua ultima partita. Quella con la vita.
Difficile dire se ha vinto o ha perso. Certo è stata la partita del Secolo.


Bax
Saki

Note:
Per gli appassionati di cinema non perdetevi il bellissimo film di genere
In cerca di Bobby Fisher di Steven Zaillian di cui vi regalo una delle scene più toccanti.

E a chi volesse leggere qualcosa di davvero speciale, specialmente perché è uno dei pochi libri in italiano:
Monticelli Mario, La sfida del secolo, Mursia, Milano, 1972 Continua...Read more!