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venerdì 29 aprile 2011

Kellogg. Non solo cereali.

§Topo da biblioteca§
Nel 1994 esce al cinema The road to Welville tratto dall'omonimo romanzo di Boyle.

Si tratta della biografia non autorizzata di John Harvey Kellogg.
Sì. Quello dei cereali.

Se avete fatto questo collegamento mentale...bè questo è il punto.
Kellogg è passato alla storia come l'inventore dei fiocchi di mais tostati, ma John Harvey era molto più di questo.

Se siete curiosi, lasciate perdere l'insipido film di Alan Parker dove un Antony Hopkins sottotono dà il volto all'eccentrico dottore americano impegnato a promuovere "stili di vita gastricamente corretti" nel suo Sanitarium di Battle Creek (Michigan).
Andate invece a comprare Mai dire Mais di Silvestro Ferrara.

Primo perché un titolo così non può mancare in una biblioteca pop.
Secondo, perché la storia della follia del dottor Kellogg, corroborata dalla morale avventista e tradotta in una gestione quanto mai bizzarra della sua clinica della salute (una sorta di SPA ante litteram) vi farà piangere...dal ridere.

Tra riposini all'aperto (anche a meno venti), incitamenti a ripetere la masticazione infinite volte, diete a base di cibi insapori, clisteri allo yogurt e dulcis in fundo crociate contro la masturbazione e il sesso considerati "abitudine insane", Ferrara ci guida in un "salutare" viaggio nel grottesco mondo di Kellogg.Un viaggio che è anche un'ulteriore conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che la soglia tra follia e "normalità" è davvero sottile e quello che viene definito "sano" in un certo momento e luogo non è detto che lo sia in assoluto.
E se invece volete saperne di più di come sono nati i cereali Kellogg...voltate pagina! The road to Wellville, poi usato da Boyle e Parker come titolo delle loro opere, era in realtà il titolo di un fascicolo promozionale distribuito dalla compagnia Postum Cereal Company insieme ai suoi prodotti come provato da alcune stampe d'epoca.
Charles William Post era stato paziente del dottor Kellogg e a quanto pare deluso dai metodi poco ortodossi del dottore aveva deciso di "rubargli" l'idea dei fiocchi di cereali tostati.

Di fatto la Postum era stata fondata nel 1895 per vendere un drink ai cereali "inventato" da Post durante il suo internamento nella clinica di Battle Creek (di nuovo si trattava di una ricetta del dottor Kellogg).
La Postum Cereals rilevò poi la Jell-o Gelatine nel 1925, la Baker's Chocolate nel 1927 e la Maxwell House of Coffee nel 1928, cambiando il suo nome in General Foods Corporation (1929).
Sorpresa delle sorprese l'azienda nata dalle ceneri degli ideali salutisti del dottor Kellogg nel 1985 va in fumo...nel senso che viene acquistata dalla Philip Morris. Sì quella delle sigarette.
Nel 1989 una nuova fusione con la Kraft Foods da vita alla Kraft General Foods ormai nota sempliccemente come Kraft. Il marchio Postum rimane come sottomarca ma ormai nota solo come Post.

E i cereali Kellogg?
A quanto pare l'idea di commercializzarli, in concorrenza con quelli della Postum non fu di John ma del fratello Will Keith (1906). I cereali che avevano ispirato Post a fondare la sua azienda infatti erano fino a quel momento stati utilizzati solo all'interno della clinica di Battle Creek. Del resto erano nati incidentalmente: John Harvey Kellogg preso da una delle frequenti discussioni con il fratello Will Keith sulla gestione dei fondi del Sanitarium aveva dimenticato dei chicchi di mais cotti nel magazzino, ritrovandoli dopo diverse ore "raffermi". Non volendo spendere soldi per un nuovo acquisto decise di provare ad appiattirli con una pressa calda...finendo per ridurli in fiocchi tostati. Li sperimentò, come era sua abitudine, sui pazienti (1894) ispirato dalle idee di Sylvester Graham secondo cui i cibi insipidi erano in grado di frenare gli "ardori" sessuali.
Ma tornando alla commercializzazione, Will Keith la portò avanti indipendentemente dal fratello John Harvey che a quanto pare non era d'accordo con l'aggiunta di zucchero ai cereali tostati (un cibo destinato a frenare gli appetiti sessuali non doveva essere gustoso)...così di fatto sebbene i fiocchi di mais tostati furono inventati da John Harvey all'interno del suo sanitarium né la Kellogg's (proprietà del fratello) né la Postum (da sempre secondo marchio di cereali degli Stati Uniti) hanno nulla a che fare con lui...

Va detto che se non contribuì molto all'invenzione del prodotto, Will Keith fu uno dei più grandi comunicatori del suo tempo intuendo le potenzialità delle promozioni e delle campagne pubblicitarie.

Ad esempio fu sua l'idea di distribuire libretti con animali della giungla "scomponibili" a chiunque comprasse due scatole di cereali (distribuiti per ben 23 anni a seguire) così come la distribuzione gratuita di prodotto ai consumatori e l'insegna luminosa più grande dell'epoca a Times Square, New York.

E dunque...buona colazione a tutti ;)

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martedì 26 aprile 2011

Una forma di vita dipendente

§Topo da biblioteca§

Amélie è tornata. Viva Amélie.



Finalmente, dopo le delusioni (personali, assolutamente personali) di Viaggio d'inverno e Cause di forza maggiore, un romanzo che mi ha fatto arrivare all'ultima pagina con la voglia di ricominciare daccapo.
Una forma di vita è la storia di un soldato americano di stanza in Afghanistan afflitto, come molti suoi compagni, dalla perenne lotta contro un peso in perenne ascesa. Divise taglia XXXXL. Sedie in metallo indeformabile. Mense raziate come territori nemici. Bilance che restituiscono numeri inimmaginabili.
Tutte immagini che contribuiscono a disegnare l'affresco di una generazione perduta sui campi di battaglia di una guerra utile solo a un certo disegno politico. Il senso di vuoto lasciato dalla crisi degli ideali riempito con burro d'arachidi e coca cola, ultimo sfregio alla società del benessere che ha sacrificato i propri figli per garantirsi la sopravvivenza.
Vero. Falso. Plausibile.
Come sempre queste categorie non si addicono alle storie di Amélie.

Quello che rimane di certo è una critica al vetriolo dell'America Way of Life dal punto di vista di un'europea (se così si può definire una creatura sfuggente alle definizioni geografiche come Amélie) che si mette, non per la prima volta, al centro della scena insieme ai suoi personaggi.
Sì, perché il nuovo romanzo della scrittrice nippo-belga, è epistolare.
E' attraverso questa forma letteraria antica che Amélie racconta in parallelo di due anime accomunate dalla dipendenza che cercano una cura nella relazione epistolare ricadendo invece in una nuova dipendenza.
Del resto la terapia delle dipendenze insegna che non esiste la dipendenza da "qualcosa", ma la "mentalità dipendente". In altre parole non basta allontanare l'oggetto da cui siamo dipendenti per guarire dalla dipendenza. Ricordo a questo proposito la frase di un ragazzo intervistato durante un'inchiesta sulle dipendenze "io non ho una dipendenza dal gioco d'azzardo, ho una mentalità dipendente. Il calcio, la musica, un amore, le patatine fritte. Mi rendo conto che anche se non andassi più a giocare troverei qualcos'altro da cui dipendere".
Amélie riesce a descrivere perfettamente questa mentalità nel suo romanzo epistolare e ne svela i trucchi e gli alibi, mettendosi in prima linea, dipendente fra i dipendenti.

E' proprio questa estrema sincerità che disarma il lettore e lo coinvolge sempre più a fondo in una spirale piena di colpi di scena fino al disvelamento finale che, in perfetto stile Amélie, ha i toni della commedia dell'assurdo.

Usciti dalla spirale del racconto ci si ritrova a riflettere sulle proprie dipendenze, piccole o grandi che siano, e a riconoscerne una di cui si può essere orgogliosi: quella dai romanzi di Amélie.

E se volete aggiungere alle vostre questa dipendenza...voltate pagina...

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giovedì 23 ottobre 2008

Happy days in italiano

§Topo di biblioteca§

E va bene mi sto annoiando...forse per questo mi viene in mente l'ultimo libro che ho letto. Uno di quei libri che "ti capitano" tra le mani nel vero senso della parola...scelto più o meno a caso dallo scaffale di uno dei negozi tax free dell'aeroporto di Napoli (dovevo passare un paio d'ore in attesa di rientrare a Milano per una gara!). Insomma per farla breve rimango colpita da una copertina che ha quel giusto mix di zuccheroso e grottesco, un po' come i film di Tim Burton o Pushing Daisies...



L'autrice non la conosco. Mi dico che Teresa Ciabatti non deve essere esattamente il prossimo nobel per la letteratura, però il libro è della collana strade blu, la stessa in cui è pubblicato Palahniuk e per me è una garanzia sufficiente. Non mi pento dell'acquisto.
Il libro è agrodolce come la copertina. Il dettaglio più interessante sono le mini biografie di una serie di divi dell'ultima ora presenti alla fine di ogni capitolo.
In sostanza l'autrice racconta la storia di una divetta in erba disseminando sul suo sentiero narrativo una serie di citazioni di miti fragili o a breve scadenza della tv italiana. Il risultato è una storia dove le note a fine capitolo lasciano presagire il finale e costruiscono un'atmosfera dolceamara. Se volete saperne di più...voltate pagina!. È il 1977, Sabrina Mannucci ha sei anni ed è una bambina prodigio. Di questo almeno è convinto il padre Riccardo, funzionario dell'Ufficio del Personale Rai. Per lui Sabrina è la figlia preferita, e non ne fa mistero con gli altri due: Roberto, di otto anni, e Barbara, di undici. Nel soffocante (e a tratti esilarante) ménage piccolo borghese della famiglia Mannucci, il "genio" della piccola Sabrina - vezzeggiata e viziata al punto da sviluppare silenziose convinzioni di onnipotenza - costituisce la straordinaria occasione per sognare una vita diversa, illuminata dai riflettori della televisione e dagli sguardi ammirati dei conoscenti. E quando Sabrina viene presa come interprete allo "Zecchino D'Oro", tutte le aspettative, le ossessioni, i desideri si concentrano su quella serata decisiva... Trent'anni dopo. Siamo nel 2008, e la famiglia Mannucci è riunita al capezzale di Riccardo, che sta morendo di cancro. Per i tre figli, ormai adulti, è il momento dei bilanci. Sono felici? Hanno realizzato i loro progetti? Ma soprattutto: sono diventati quello che il padre si aspettava - quello a cui li eleggeva e li condannava? E Sabrina? Che ne è dell'enfant prodige, della Shirley Temple italiana? Di fronte al padre morente i figli sembrano trovare finalmente il coraggio della verità. Che dire se non augurarvi buona lettura???.bax Saki Continua...Read more!

giovedì 24 luglio 2008

Topi, tarme e altri animali da biblioteca

§Topo di biblioteca§


Mai titolo di rubrica fu più adeguato...e leggendo capirete perché...

L'estate è la stagione migliore per leggere. Non solo si ha generalmente più tempo libero, ma le più comuni fonti di "intrattenimento" invernali latitano, dal cinema alla televisione agli amici che, beati loro, sono già in vacanza, o, tapini loro, lavorano dalla mattina alla sera nell'infernale caldo cittadino e di tutto hanno voglia tranne che di uscire la sera...
Quindi l'estate è la stagione migliore per leggere.
Solo che non sempre si leggono i libri migliori d'estate. Anzi...
Chissà perché il sole, il caldo, l'aria di vacanza impongono la lettura di libri "leggeri". Avete mai visto qualcuno (oltre a me intendo) disteso sotto l'ombrellone con The Dubliners in versione originale? O Roahl Dahl, o anche Edgar Allan Poe o ancora un classico "perché leggere i classici" di Eco?
Devo dire che nonostante il mio risaputo snobismo letterario anch'io sono spesso caduta vittima dell'insostenibile leggerezza delle letture estive.
Il secondo di Faletti, il secondo di Nicholas Evans, uno qualunque di Nicholas Sparks, uno qualunque di Sophie Kinsella. Tutte letture estive di cui ti rimane sulla pelle solo un sapore agrodolce, un misto di crema abbronzante e sale marino, che lavi via a fine giornata. E il giorno dopo si ricomincia come niente.
Per fortuna tra le letture dimenticabili ce ne sono alcune che rimangono impresse.
Come Firmino di Sam Savage.


Per sua sfortuna nei media italiani è più noto per la sua presunta somiglianza con un libro di un gioralista italiano, La bibliotecaria, piuttosto che per la sua indiscussa bellezza.



Vi devo dire che, pur avendo letto il libro di Ciccarone ben prima di quello di Savage, non ho minimamente pensato a un plagio. Un po' perché come dice saggiamente Eco "un libro è sempre un libro di altri libri" e un po' perché non basta un'idea simile per parlare di plagio. Quante fiabe di principesse cadute in disgrazia che riconquistano il proprio status grazie a una serie di prove "magiche"avete letto nella vostra vita? Io centinaia. Però non mi è mai venuto in mente di pensare che i Grim, Andersen e Calvino avessero "copiato" le opere di chi veniva prima di loro.
In effetti se si voleva parlare di plagio si potevano citare ben altre opere. Avevamo già visto il mondo attraverso gli occhi di un topo, soprattutto nei fumetti (non solo quelli destinati ai bambini, un esempio per tutti Maus di Art Spiegelman) così come c’eravamo già imbattuti nelle blattelle divoratrici di libri di Daniel Weiss (Gli scarafaggi non hanno re).
L'idea può essere simile ma il punto è come viene realizzata e messa in opera. E' questo che distingue un libro dall'altro. E, per essere più precisi, un libro buono da uno incantevole.

E se La bibliotecaria è un buon libro (per non dire discreto) Firmino è un libro incantevole.

Quindi non parliamo di plagio, ma di letture.

Sembrano davvero pochi in effetti ad aver letto i due libri e a questo punto devo dirvi che io l'ho fatto. E non in seguito a questo gran circo mediatico che si è scatenato intonro ai due libri. No.
Sono stata, mi rincresce dirlo all'autore, una delle poche persone ad aver letto Marta la tarma nella prima versione, anno 2000, casa editrice Guida.

E se volete sapere cosa ne pensa una che ha letto entrambi i libri in tempi non sospetti...fate un salto!



Firmino non fa in tempo a imporsi nelle librerie e a entrare nelle case dei lettori italiani che partono le accuse di plagio, Ciccarone è agguerrito e, essendo giornalista, sa bene come muoversi. E parlando di giornalisti, la stampa italiana a corto di notizie come tutte le estati parte in quarta con una serie di articoli determinati a enumerare le "numerose e innegabili" somiglianze tra i due libri. Peccato che quando confrontano i due incipit trovandoli uguali confrontano in realtà pagina 3 di Firmino e pagina 19 di La bibliotecaria. Peccato che quando parlano di somiglianze negli "appetiti sessuali" dei due protagonisti (entrambi infatuati della sorella) dimenticano che nel mondo animale non si osserva una "discriminazione" tra genitori, fratelli, nipoti e simili a livello sessuale (dico ma questi giornalisti hanno mai avuto un paio di gatti? hanno mai visto una stalla da vicino? Hanno mai acceso Discovery Channel? Così tanto per sapere). Peccato che arrivano a considerare la presenza del libro di Ciccarone in una delle biblioteche di Yale, dove Savage ha insegnato, una prova del plagio. Come se i docenti universitari leggessero tutti i libri presenti nelle biblioteche delle loro università...seeeee. Ma tanto per avere un'idea del tono di questi articoli date un'occhiata a quello firmato da Serino per Repubblica "Una tarma di nome Firmino".

Per fortuna ci sono anche giornalisti che non si limitano a "riportare" quel che si dice in giro ma scavano per trovare qualcosa di nuovo e magari già che ci sono qualcosa di vero. E' quello che fa Irene Bignardi sempre per Repubblica nel bell'articolo che dà, finalmete, a Savage una sorta di diritto di replica. "Quel topo sono io". Di cui vorrei citare giusto un passaggio illuminante.

«Il mio editore me lo ha comunicato. Ma mi lasci dire prima di tutto che io non parlo e non leggo l' italiano. E che non ho mai sentito parlare di questo scrittore o del suo libro prima che l' editore mi informasse della cosa qualche settimana fa. Ho sentito anche che qualcuno sostiene invece che io non solo leggo l' italiano ma avrei letto il libro in questione nella biblioteca di Yale nel 2003 in quanto insegnante dell' università, e che non ho mai risposto alle email che chiedevano chiarimenti. La verità è che io non ho mai messo piede nel campus di Yale dal 1979, e non ho mai ricevuto email sull' argomento. Penso che nessuno dei lettori di Firmino crederà che io sia così incapace di generare idee personali da dover rubare da uno sconosciuto romanzo scritto in una lingua che non sono in grado di leggere. Quanto agli animali intelligenti che raccontano, risalgono ai tempi di Esopo e sono numerosi come le foglie di un albero. Non parliamo dei topi che anche lei citava. In America c' è un famoso romanzo raccontato da uno scarafaggio che vive in un ufficio e la notte scrive poesie su una macchina per scrivere. Io, tuttavia, non ho pensato per un attimo che la persona che mi accusa di plagio abbia rubato il suo insetto dalla storia dello scarafaggio americano. E lo stesso mese che Firmino è uscito negli Stati Uniti è stato pubblicato un altro romanzo il cui narratore è una tartaruga. Qualche critico ha citato la coincidenza. Nessuno ha parlato di plagio. La questione è troppo sciocca perché se ne parli seriamente».


Il fatto è che conoscevo Ciccarone come scrittore per ragazzi. Suo il bel La strana storia del pesciolino rosso, del bambino e della favola che non poteva finire così.

Così quando in una di quelle librerie che non vendono anche caffè. pop-corn e cornetti, una di quelle piccole, dove i libri sono ancora ordinati in maniera un po' confusa sugli scaffali, ritrovo il libro di Ciccarone, quello per ragazzi, mi viene voglia di chiedere al proprietario se ha altri libri dello stesso autore. Lui ci pensa un po' su e poi fa "Per ragazzi no. Però ci sarebbe questo qui. E' appena uscito, non è male". Incredibile, un librario che legge i libri che gli arrivano in libreria prima di venderli, allora Babbo natale esiste! Detto fatto lo compro. E rimango un po' delusa.
Non che il libro sia brutto, solo usa un linguaggio un po' ridondante un po' troppo forbito, ci sono continui giochi di parole e nagrammi (il titolo è solo un esempio) e le citazioni (all'inizio *davvero* troppe) fanno perdere un po' il ritmo della storia. Poi c'è tutta la sottotrama ecologista, in un epoca non sospetta perché diciamolo Al Gore non era ancora "il salvatore dell'ecosistema"...Un po' pretenziosa, a dirla tutta, con la prevedibile rivoluzione degli insetti contro l'uomo "distruttore della natura". Sarà che sono appassionata di Miyazaki uno che la natura la sa raccontare e valorizzare come nessun altro, ma questa storia di insetti mi sembra tanto una storia molto umana.
Come se Marta e company fossero lì non per raccontare la loro storia, ma per mostrare, attraverso i loro cento occhi una versione al vetriolo del mondo degli uomini che ne svela meccanismi perversi e assurdità. L'intento è satirico più che narrativo. Non a caso Marta è un personaggio scomodo, scontroso, fastidioso. Cerca la rivoluzione non l'integrazione. Sarà la sua anima gemella, la bibliotecaria che dà il titolo al libro, a mostrarle una via "alternativa", quella della comunicazione.
Insomma un libro gradevole, ma molto diverso e nel complesso molto meno risolto e riuscito di Firmino.

Firmino è una fiaba, nel senso più classico del termine. Della fiaba ha infatti la natura affascinante e il sapore agrodolce.
Rifiutato tanto dal mondo umano che da quello animale, abbandonato dalla sua stessa famiglia, Firmino è alla costante e disperata ricerca di un punto di contatto, di una strada che gli consenta di reintegrarsi nella realtà che lo circonda.
I libri sono solo per poche pagine un nutrimento, diventano presto un rifugio, una nuova casa, uno strumento attraverso cui costruire un nuovo mondo.
Eppure proprio ciò che sembra inizialmente salvarlo, finisce per condannare Firmino a una nuova solitudine, quella dell'unicità. "Un topo letterato è un topo abbandonato". Incapace di comunicare con gli umani a cui si sente spiritualmente affine e che mitizza, orami inabile a relazionarsi con i suoi simili proprio a causa della passione che lo ha salvato e reso "diverso", Firmino è sempre più solo.
Più cresce il suo amore divoratore per i libri, più la vita di Firmino diventa difficile e più diventa difficile per lui continuare a nutrirsi di libri. Ecco allora che il topo letterato uscirà nel mondo alla scoperta di nuove fonti di nutrimento per il suo corpo ma soprattutto per la sua fantasia. La scoperta del cinema, del suo "faro" Fred Astaire e della sua "bellezza" Ginger Rogers, l'incontro con il suo alter ego umano, lo scrittore che sogna di essere, e quello con la durezza della realtà svelata nel finale fiabescamente tragico, portano Firmino a crescere e noi con lui.
Il paragone con la dolcezza nera di Dickens, credetemi, non è azzardato. Come in Dickens anche qui la scrittura è semplice, mai autocompiaciuta, le citazioni non sono sovrabbondanti, ma necessarie, disposte in modo da costruire un mondo intessuto di centinaia di altri mondi.
Come nel miglior Calvino, quello di "se una notte di inverno un viaggiatore" o della trilogia.
Savage ha trovato un modo per farci amare e leggere quello che lui per primo ha amato e letto.

E forse è questa la qualità che distingue Firmino da tutti gli altri libri di "animali letterati" che ho letto: la purezza dell'amore per i libri che si respira nelle sue pagine.
Firmino ci ricorda la prima volta ch abbiamo preso in mano un libro e ce ne siamo innamorati.

Detto questo vorrei solo dare un dato.

Stampato da un editore indipendente in 1000 copie, Firmino è esploso grazie al passaparola dei lettori fino a diventare il caso letterario dell'anno.

Anche la bibliotecaria è stato stampato da una casa indipendente in mille copie, ma è presto scivolato nel dimenticatoio. E' stato ripubblicato ora da Fanucci (tra l'altro con alcuni cambiamenti che lo rendono significativamente più simile al libro di Savage, come il titolo, la copertina e alcune modifiche della trama...) sull'onda delle polemiche e di una sfida lanciata provocatoriamente dal nuovo editore "Se vi è piaciuto Firmino Marta la tarma vi incanterà".
Mi spiace dire che se vi è piaciuto Firmino (o se vi piacerà) mai potrete rimanere incantati da La bibliotecaria, ma può anche essere vero il contrario...

Certo il dato rimane. Al di là delle polemiche e dei facili sensazionalismi i lettori hanno già fatto la loro scelta. Firmino, come tutti i cult, è stato "adottato" dai suoi lettori, a dispetto delle circostanze della sua nascita.

Non mi resta che auurarvi buona lettura estiva, qualunque lettura scegliate....

Bax
Saki


Umore: riflessiva
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domenica 30 marzo 2008

Storie di ombre e anime

§Topo da biblioteca§

"Il Paradiso sarà fare esattamente quello che più ti piaceva fare in vita, quell’attività che ti ha insegnato come il tempo, a volte, non sia un fardello da trascinare".
Nathan Englander, Per alleviare insopportabili impulsi

Ecco quando leggo certe cose cominciano a turbinarmi in testa mille pensieri. Cosa farò in Paradiso?

Guarderò i miei atleti preferiti pattinare i loro programmi "storici" (già rivedo Torvill e Dean sul Bolero di Ravel)? Leggerò tutti i libri di Amelie Nothomb (compresi i 40 inediti che tiene chiusi in un baule)? Disegnerò su un enorme superficie candida avendo a disposizione una gradazione infinita di Pantone? Scriverò tutto quello che ho conservato e maturato nel cuore in vita? Riguarderò tutta la stagione di "Homefront" seguita dagli altri telefilm "cult" che hanno formato la mia cultura pop? Percorrerò a piedi tutta l'Irlanda, insieme alle mie amiche del cuore, scoprendo un angolo nascosto dietro l'altro, fermandomi ogni sera in un B&B diverso, sotto un cielo "che si apre e si chiude al tempo della musica"? Passerò tutto il tempo a chiacchierare con mia nonna davanti a una tazza di tè verde e una fetta di crostata alla marmellata di succhelle?

Il fatto è che non riesco a pensare a una cosa soltanto, sono tanti i momenti che non ti fanno sentire il peso del tempo. E poi non vorrei solo fare tutte quelle cose che hanno reso il mio tempo più leggero in vita. Vorrei fare anche le mille altre che non ho avuto il tempo di fare!

In realtà poi quando penso al Paradiso mi viene sempre in mente un racconto che la mia insegnante di danza ci aveva fatto leggere e adattare per uno spettacolo di Natale (in assoluto il mio spettacolo preferito!).
Le ombre degli antichi abitanti della terra vagavano in una sorta di limbo in cui ognuno faceva le stesse azioni che aveva compiuto in vita, ma senza la durezza e la consistenza di un corpo da gestire. I primitivi andavano a caccia con clave fatte di nuvole, i cittadini aprivano la porta dei loro appartamenti girando nella toppa chiavi immaginarie. C'erano perfino biblioteche e università, ma tutto era assolutamente inconsistente. Un giorno in una di queste biblioteche uno studente incontra una ragazza che aveva già incontrato fuggevolmente in vita. I due non si erano mai neppure parlati se non per gli abituali convenevoli e per decidere se la finestra della sala studio dovesse essere tenuta aperta o chiusa. La morte prematura del giovane aveva impedito che la situazione si evolvesse. Ma ecco che ora c'è un'altra occasione. I due finalmente entrano in contatto, un contatto reale nonostante l'assenza di un corpo con cui connettersi. La ragazza scopre che lo studente è morto di tisi, aggravandosi proprio a causa di quella finestra tenuta aperta per accontentarla. Il ragazzo scopre che la giovane l'aveva a sua volta notato e che era morta proprio cercando di raggiungere la biblioteca sotto i bombardamenti.
Intanto nel bel mezzo del luogo senza nome fatto di nuvole e assenza compare una scatola. Una scatola vera, di legno laccato e chiusa con un lucchetto. Naturalmente nessuno riesce ad aprirla, non potendola toccare, ma tutti cominciano a domandarsi cosa mai possa nascondere. Gli unici che non si curano della scatola sono proprio i due giovani innamorati troppo occupati a vivere quello che la morte prematura gli aveva strappato.
Lentamente i corpi dei due giovani riprendono consistenza. Prima un fiato cristallizzato dal freddo, poi le guance che si arrossano, le mani che si stringono, gli occhi che si colorano mentre si guardano. Più le anime si risvegliano e si concedono l'una all'altra, più i corpi si riscoprono vivi e veri, pur se ancora tra le nuvole.
I protagonisti, seguiti dalle ombre degli altri abitanti del limbo celeste, si recano nel luogo dove è conservata la misteriosa scatola di legno. Quando la aprono vi scoprono una serie di oggetti che avevano posseduto in vita, in un certo senso rivedono e rivivono attraverso di essi il loro passato. Ed è così che finalmente alleggeriti dal peso delle convenzioni, delle costrizioni e del rimpianto, possono camminare abbracciati verso un nuovo mondo dove è il peso dell'anima a contare davvero.

Chissà se qualcuno ha riconosciuto questa storia? Non ricordo più il titolo o l'autore, l'ho letta solo una volta a 14 anni, ma mi è rimasta così impressa nella memoria che ora ogni volta che penso all'Aldilà ho nella mente l'immagine di un mondo fatto di nuvole e ombre che vagano e si intrecciano in attesa di ritrovare anima e consistenza.

Umore: riflessiva
Bax
Saki


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lunedì 25 febbraio 2008

La metafisica di Amélie


§Topo da biblioteca§

Indubbiamente ciascun essere ha, nell'universo dei libri, un'opera che lo trasforma in lettore, posto che il destino favorisca il loro incontro. Quello che Platone disse della metà amorosa - l'altro che circola chissà dove e che conviene trovare, salvo restare incompleti fino al giorno del trapasso - è ancora più vero per i libri.

Amélie Nothomb, Dizionario dei nomi propri, Voland


Il primo libro che ho letto di Amélie non mi ha trasformata in lettrice. Il merito del mio incontro con la lettura va a Anne of Green Gable di Lucy Maud Montgomery.

Amélie, però, è senz'altro la mia "metà amorosa letteraria". I suoi libri mi completano. Completano il mio immaginario, il mio universo fantastico, nutrono i miei sogni.
Ho fame dei suoi libri, come lei dichiara di avere fame di cioccolata (meglio se bianca e belga...)
nella sua "Metafisica dei tubi" dove racconta della sua vita dagli 0 ai 4 anni (perché dopo, a suo dire, non è più successo nulla di interessante...)


Come si fa a non restare folgorati da frasi come:

Gli occhi degli esseri viventi possiedono la più straordinaria delle proprietà: lo sguardo. Nulla è più eccezionale dello sguardo. Quando parliamo delle orecchie delle creature non diciamo che hanno un 'ascoltardo', oppure, delle loro narici, che hanno un 'sentardo' o un 'annusardo'.

Vivere vuol dire rifiutare. Chi accetta ogni cosa non è più vivo dell’orifizio di un lavandino. Per vivere bisogna essere capaci di non mettere più sullo stesso piano, al di sopra di se stessi, la mamma e il soffitto. Bisogna rinunciare a uno dei due e decidere di interessarsi o alla mamma o al soffitto. L’unica scelta sbagliata è quella di non fare una scelta (…)

Nei salotti si incontrano persone che si vantano, a voce alta e convinta, di essersi private per venticinque anni di questa o quella delizia. Si incontrano anche grandissimi idioti che si gloriano di non ascoltare mai musica, di non aprire mai un libro o di non andare mai al cinema. Ci sono anche quelli che sperano di suscitare ammirazione per la loro assoluta castità. Dopotutto è giusto che se ne vantino: non avranno altre soddisfazioni nella vita

Oppure a ridere di tenerezza di fronte a:

Avrei chiamato quell'elefante Elefante : era un bel nome per un elefante.

Per fortuna Amélie è una scrittrice ossessiva. Pubblica un nuovo libro tutti gli anni, rigorosamente a fine agosto, tanto che un famoso critico francese ebbe a dire "quando recensisci l'ultimo della Nothomb parti prevenuto: segna la fine delle vacanze!"
A meno di 40 anni ha già pubblicato più di 20 libri.
Amélie ha addirittura dichiarato di avere 60 romanzi già scritti chiusi in un cassettone. Nel suo testamento ha scritto che potranno essere pubblicati solo 75 anni dopo la sua morte.
60 romanzi che non leggerò mai.
Eppure oggi questo pensiero non mi turba.

Perché abbiamo intervistato Amélie Nothomb.

Ho parlato con Amélie.
E' tardissimo, sono arrivata a casa da poco, sono stanchissima.
Ma la mia giornata è completa.

Questo è uno di quei giorni che metti da parte, in un angolino della tua mente, per lasciare che ti riscaldi il cuore in uno di quegli altri giorni, quelli "giù", in cui tutto va storto.
Ecco, la prossima volta che perderò l'autobus, mi ammalerò, litigherò, sarò stressata, andrà male un lavoro o l'amore...penserò a oggi.

E devo dire grazie alla mia passione che mi ha portato a "cercare" questo incontro virtuale e a organizzarlo in meno di tre giorni (con il week end di mezzo), e grazie al mio insostituibile "angelo" siciliano che si è prodigata per fare in modo che tutto riuscisse nel migliore dei modi e ha condiviso con me questi folli preparativi. E grazie ai miei radio-colleghi che hanno realizzato con me l'intervista e hanno ben sopportato la mia ossessione per Amélie!

Lei è poi di una gentilezza disarmante. Tra l'altro raccontava che mtà della sua giornata la passa a rispondere alle lettere dei fan che le scrivono. E infatti...


A noi ha parlato di tante cose, delle voci che sente, delle sue ossessioni e passioni, senza mai essere banale. Del resto non mi aspettavo niente di "normale" da lei!
L'altra notizia è che è finalmente uscito anche in Italia il suo ultimo libro, Né di Adamo né di Eva, in cui torna a parlare del Giappone dopo l'affascinante e poetica descrizione che ne ha fatto ne La metafisica dei tubi e la discesa agli inferi delle imprese nipponiche che racconta in Stupore e tremori.

"Stupore e tremori poteva dare l'impressione che tornata da adulta in Giappone fossi soltanto la più disastrosa delle impiegate. Né di Eva né di Adamo rivelerà che nello stesso periodo e nello stesso paese sono stata anche la fidanzata di un tokiota molto singolare."

Che dire se non buona lettura?

Umore: commossa

BAx
Saki







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martedì 25 dicembre 2007

Perché leggere Palahniuk a Natale

§Topo da biblioteca§


Il primo post non poteva che citare il mio scrittore preferito. Avete presente cos'è un feticcio? Bè il mio è Chuck Palahniuk. E a proposito si pronuncia Paul-ah-nik o Pôlənĭk... ma rinunciate al purismo se lo cercate in libreria (soprattutto in una di quelle grandi catene che cominciano con F o M) solo chiedendo "che titoli avete dell'autore di Fight Club" avrete qualche speranza di tornare a casa con l'ultimo romanzo di questo ex-camionista (è vero, controllate le biografie). Del resto non è che questo sia il suo vero nome: Palahniuk nasce in seguito ad una visita alla tomba dei nonni, Paul e Nick, da cui Paul-ha-nick.

Perché vi parlo di Palahniuk in pieno clima natalizio? Forse perché sono stufa delle repliche di "Una poltrona per due" (l'ho adorato, giuro, ma dopo la duecentoquarantesima volta è dura torvare ancora stimoli nella risata di Eddie Murphy o nella riscossa di Dan Akroyd...). O forse perché sto leggendo il suo nuovo libro, "Rabbia", strenna natalizia all'acido come si intuisce dal titolo...

Perché leggere Chuck Palahniuk, direte voi, e io, in perfetto stile Palahniuk potrei rispondervi, perché NON leggerlo? Mettiamola così. Io vi cito un paio di frasi del suddetto e vediamo le vostre reazioni.

Inizio test:
"Il solo motivo per cui chiediamo ad altre persone com'è andato il loro fine settimana è perché così gli possiamo raccontare il nostro."
"Saremo ricordati più per quello che distruggiamo che per quello che creiamo."
"Quando non sappiamo chi odiare, odiamo noi stessi."
"Tutti noi, attraverso le nostre scelte e i nostri consumi, provochiamo gravissime conseguenze dall'altra parte del mondo, senza pensarci."

"Questo è il mio pesciolino numero 641 in una vita costellata di pesciolini rossi. I miei genitori mi comprarono il primo per insegnarmi cosa significasse amare e prendersi cura di una creatura vivente del Signore. 640 pesci dopo, l' unica cosa che ho imparato è che tutto quello che ami morirà."


I casi sono due. O siete rimasti indifferenti oppure vi siete riconosciuti. Se potete affermare in tutta sincerità di non aver pensato "cavolo se ci ha preso"...bè allora avete ragione. Chuck non fa per voi.
Ma se invece siete rimasti colpiti dallo spiraglio di verità dietro la porta socchiusa dalle sue parole...non aspettate. Correte in libreria.
E provate Survivor O invisible Monster, tanto per non cominciare con l'ovvio Fight Club. Oppure Ninna Nanna. Ma per nessun motivo cominciate con Cavie o Soffocare. Per quelli ci vuole uno stomaco allenato. Allenato a Palahniuk.


E se siete anglofoni o anglofili insomma se masticate l'inglese non perdetevi il sito ufficiale di Chuck che molto modestamente è intitolato

THE CULT


Se invece siete allergici alla lingua della regina provate con l'ottimo
chuckpalahniuk.it

E se poi diventate Palahniuk-dipendenti come me...bè ci sono dipendenze peggiori...

Bax
Saki
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